Sordi Renato, lo studente marchigiano

Scheda Sintetica
Renato Sordi nacque il 4-1-1924 ad Ancona, da Antonio ed Emilia Morresi. Era uno studente al primo anno della Facoltà di Medicina e Chirurgia presso l‘Alma Mater di Bologna, dove si era iscritto per la prima volta nell’Anno Accademico ’43-’44, una volta conseguita la maturità classica presso il Liceo-ginnasio di Senigallia, nella sessione autunnale del ’43.
Nel luglio 1943 fu dichiarato “rivedibile” per motivi di salute ed era stato lasciato in congedo illimitato provvisorio per motivi di studio. Tuttavia nel gennaio 1944 fu perentoriamente richiamato alle armi, con l’ordine di raggiungere immediatamente il suo Distretto Militare, per essere assegnato al proprio reparto.
Da quel momento, mediante una serie di certificati medici attestanti le sue precarie condizioni di salute, il giovane non effettuò un servizio militare continuativo, attendendo invece ai propri studi, di cui doveva sostenere i primi esami nell’estate del ’44.
Fu invece arrestato a Bologna il giorno di Ferragosto del ’44 dalle SS, che lo trattennero per 10 giorni nelle loro mani, rinchiuso in una Camera di Sicurezza del Comando Tedesco, quindi il 24 agosto ’44 fu trasferito nel carcere di San Giovanni in Monte, sotto la custodia di un agente di P.S.
Il 30 agosto fu fittiziamente “messo in libertà” per ordine del Comando tedesco e consegnato “per rilascio” al “capitano C.A.S.”, cioè al capitano della Compagnia Autonoma Speciale Renato Tartarotti, che lo trasferì al Poligono di Tiro di Bologna insieme ad altri undici, per farlo fucilare da un plotone d’esecuzione di militi fascisti, come rappresaglia per l’uccisione dl gerarca Zambonelli e del colonnello RSI Vetuschi.
Alla fine della guerra fu riconosciuto partigiano dalla apposita Commissione Regionale e sepolto nel Campo degli Eroi della Certosa di Bologna, al posto n.° 56, da dove i genitori lo fecero in seguito traslare, per inumarlo nelle Marche, probabilmente a Belvedere Ostrense, luogo della loro residenza.
Per onorarne la memoria il 7 dicembre 1946 dall’Università di Bologna e dal rettore di allora, Prof. Edoardo Volterra, gli fu conferita la Laurea in Medicina honoris causa.
L’arresto a ferragosto del ’44
Sordi Renato fu arrestato a Bologna il giorno di Ferragosto del ’44 dalle SS, che lo trattennero per 10 giorni nelle loro mani, rinchiuso in una Camera di Sicurezza del Comando Tedesco. Probabilmente fu sottoposto come di prammatica a ripetuti interrogatori al fine di strappargli, con le buone o con le cattive, informazioni utili. Solo 10 giorni più tardi, il 24 agosto ’44, fu trasferito al carcere di San Giovanni in Monte, sotto la custodia di un agente di P.S.
Renato Sordi era uno studente al primo anno della Facoltà di Medicina e Chirurgia presso l‘Alma Mater di Bologna, dove si era iscritto per la prima volta nell’Anno Accademico ’43-’44, dopo aver conseguito la maturità classica presso il Liceo-ginnasio di Senigallia, nella sessione autunnale del ’43.
Dai dati registrati sulla matricola del carcere bolognese di San Giovanni in Monte, Renato Sordi risultava residente in via Stamira 17, ad Ancona, nelle Marche. Egli era effettivamente marchigiano, essendo nato il 4-1-1924 (non il 14-1-1924 !) ad Ancona, da Antonio ed Emilia Morresi; tuttavia, stando ai documenti in nostro possesso, nel 1944 egli risiedeva sì nelle Marche, ma a Senigallia, presso l’abitazione dei genitori, in viale Guglielmo Marconi 6.

Benchè non si conoscano modalità e ragioni del suo arresto (se fu colto in flagranza di reato, oppure fermato per un controllo dei documenti, rivelatisi non in ordine, o altro ancora) tuttavia quel che fu registrato al momento della sua entrata nel carcere bolognese coincide appieno con quanto risulta sul suo foglio matricolare militare (a partire proprio dai dati non aggiornati della sua residenza). Ciò fa pensare che al momento del suo arresto Renato Sordi si guardò bene dal correggere i dati che risultavano dai documenti militari, soprattutto il domicilio, probabilmente per proteggere la sua famiglia, e che fu proprio la sua posizione personale relativamente al servizio militare la ragione o uno dei problemi che concorsero a determinare il suo fermo da parte delle SS.
Rivedibile alla leva
Al momento della visita di leva, avvenuta nel luglio 1943, Renato Sordi infatti era stato dichiarato “rivedibile” per motivi di salute ed era stato lasciato in congedo illimitato provvisorio per motivi di studio, aggregato alla classe 1925, di un anno successiva alla sua. Il congedo era stato reiterato anche dopo il Primo Bando Graziani, il 30 novembre del ’43, quando era stato richiamato al Distretto Militare di Ancona ai sensi della circolare 131 del Ministero della Difesa Nazionale, perché era in attesa di arruolamento volontario nell’Arma dei Carabinieri, dove aspirava ad entrare, essendo figlio di un tenente dei CC.RR.
Uno dei doc. del suo fascicolo militare
Tuttavia l’evoluzione degli eventi bellici modificò ulteriormente la legislazione e le disposizioni sulla leva riferite agli studenti e soprattutto a quelli in medicina (e in ingegneria), che fino ad allora avevano goduto della possibilità di rimandare il servizio militare alla conclusione degli studi. Così Renato Sordi, nel gennaio 1944, fu perentoriamente richiamato alle armi, con l’ordine di raggiungere immediatamente il suo Distretto Militare, per essere assegnato al proprio reparto.
Da quel momento risultano allegati al foglio matricolare una serie di certificati medici, presentati dal giovane, che ne attestano le precarie condizioni di salute, le quali gli impediscono di volta in volta di raggiungere la destinazione militare assegnatagli.
Università e bando Graziani
Fino all’autunno del ’43 per gli studenti universitari era stato possibile chiedere ed ottenere di default il rinvio della leva per proseguire gli studi senza interruzioni, ma dal 9 novembre 1943, con l’emanazione del D.L. n. 741 (il cosiddetto Primo Bando GRAZIANI) la Repubblica Sociale Italiana (RSI) impose la chiamata alle armi per tutti i giovani delle classi di leva 1923-1924-1925 del Nord-Italia occupato, annullando tutte le dispense e i rinvii per motivi di studio, previsti prima.
Questa decisione ebbe ripercussioni drammatiche per la RSI, che andò incontro ad una gravissima crisi di consenso e trasformò le Università dell’Alta Italia in centri di disubbidienza civile, quando non di vera e propria Resistenza.
Il Primo Bando Graziani svuotò le aule universitarie e determinò un crollo nella frequenza maschile alle lezioni, nonostante gli sforzi della RSI di conservare una qualche parvenza di normalità negli atenei. Gli studenti si presentavano solo per sostenere gli esami, i professori -volendo aiutare gli studenti- spesso ritardavano le sessioni d’esame, o verbalizzavano esami finti, oppure facevano rilasciare certificati di frequenza retrodatati (specie agli studenti già passati alla clandestinità), solo per permettere agli universitari di conservare lo “status” di studenti, (anche se ormai non bastava più per evitare il fronte), ma soprattutto per fornir loro documenti che permettessero di superare i controlli della Guardia Nazionale Repubblicana e delle SS.
Aumentò invece la percentuale di studentesse che frequentavano, tanto che furono loro in seguito ad assumere in diverse realtà ruoli-chiave nel supporto alle reti clandestine universitarie e alla Resistenza, a causa della forzata assenza maschile.
Le Università del Nord e i loro rettori, stretti tra le pressioni minacciose del Nazifascismo e le richieste dei loro studenti, cercarono di percorrere la via della mediazione e di trovare un accordo con le autorità della RSI, in primis il Ministero dell’Educazione Nazionale, guidato da Carlo Alberto Biggini. Si impegnarono nella trattativa che riguardava soprattutto gli studenti di medicina ed ingegneria, insistendo sul fatto che senza di loro le strutture sanitarie, gli ospedali, ma anche le industrie strategiche sarebbero collassate. Per gli studenti di Medicina, poi, già l’assenza dalle lezioni aveva causato vuoti preoccupanti anche nell’assistenza sanitaria, per cui fu avanzata la proposta di consentire agli universitari di essere impiegati negli ospedali civili o militari come forma di “servizio alternativo” a quello militare, ma la difficile stretta bellica in cui progressivamente si venne a trovare la RSI, spinse le autorità fasciste a dare quasi sempre priorità assoluta all’arruolamento di “combattenti”. Alle sollecitazioni delle Università, la RSI rispose istituendo piuttosto corsi universitari accelerati, gestiti direttamente dalla sanità militare o dalle forze armate. Gli studenti di medicina venivano arruolati e in certi rari casi distaccati presso ospedali militari, ma sotto stretta disciplina marziale. Se si rifiutava la divisa, si perdeva immediatamente il diritto a frequentare corsie e studi.
Una renitenza di massa
Di 180mila giovani chiamati alle armi dal Primo Bando Graziani, se ne presentarono solo 87mila circa ed il rifiuto di rispondere alla chiamata alle armi assunse proporzioni di massa.
Il fascismo reagì con rabbiosa durezza, prevedendo nel successivo bando del 18 febbraio 1944 la pena di morte con fucilazione al petto per i renitenti (quelli che non si presentavano), e i disertori (coloro che fuggivano dopo l’arruolamento) con esecuzioni pubbliche, per spaventare la popolazione e costringerla all’obbedienza. Proprio perché furono evidenti fin dall’inizio la complicità popolare e l’aiuto delle famiglie nel sottrarsi al reclutamento, i bandi previdero sanzioni alle famiglie, dall’arresto dei capifamiglia alla privazione delle tessere annonarie per il cibo, fino al sequestro dei beni.
I renitenti (e tra loro gli studenti) furono condannati alla perdita dei diritti civili e divennero veri e propri ricercati dalla GNR e dalle SS.
Migliaia di giovani dovettero scegliere tra nascondersi (nelle cantine, nei nascondigli creati ad hoc all’interno degli appartamenti, nelle soffitte, nelle canoniche o nei conventi) o rifugiarsi in montagna, per unirsi alle file della Resistenza, diventando partigiani, oppure ancora lavorare per la Todt, che frequentemente significò poi la deportazione in Germania per l’impiego nel lavoro coatto degli Stalag-Lager tedeschi.
Furono tanti gli studenti che scelsero le brigate partigiane (soprattutto quelle di “Giustizia e Libertà” e le “brigate Garibaldi”), trasformandosi in quadri operativi e politici della Resistenza Italiana. Furono loro ad allestire precari servizi sanitari da campo sia presso i ricoveri dei gruppi partigiani (vedi il caso della “Bianconcini”, cap. § ), sia nelle “zone libere” partigiane realizzate al Nord, come le Repubbliche Partigiane.
Chi non voleva unirsi ai GAP o non sapeva come farlo, viveva una vita sospesa, da “sepolto vivo”, impossibilitato ad uscire dal proprio nascondiglio per non incorrere in blocchi stradali o controlli personali dei documenti da parte della GNR o delle SS, che chiedevano esplicitamente di vedere il foglio di congedo o l’attestato di esenzione militare.
Il destino più duro toccò a chi si arruolò nella Todt (l’impresa di costruzioni del Terzo Reich), dove confluirono tutti coloro che scelsero il lavoro coatto o che furono costretti ad accettarlo, non essendo stati fucilati dopo essere stati trovati nascosti o catturati in bande partigiane e che non accettarono di arruolarsi. In turni massacranti dovettero scavare trincee, costruire fortificazioni, riparare linee ferroviarie danneggiate dai bombardamenti, disinnescare bombe inesplose, ecc. poi -man mano che le condizioni belliche si fecero ancora più fosche- furono deportati in Germania, per contribuire col loro lavoro alla macchina produttiva tedesca, internati in uno degli Stalag-Lager dell’universo concentrazionario nazista. Celebre quello in cui finirono tanti studenti e professori di Medicina dell’Università di Bologna (tra cui anche mio suocero, dott. Domenico Cavazzoni) lo Stalag-lager XIII D Langwasser-Norimberga, sorto quando ormai si profilava la sconfitta e la caduta del Terzo Reich nell’enorme area adibita alle esercitazioni della Hitlerjugend e alle grandi manifestazioni anche notturne naziste, con fiaccolate rese celebri dal film di Leni Riefenstahl “Il trionfo della volontà”.
La domanda per sostenere i primi esami all’università
Il giovane Renato Sordi rimase fino al 15 aprile del ’44 a casa in malattia dal comando militare di Senigallia, con licenza di convalescenza datata 13-4-44. Lo stesso giorno della conclusione del periodo di convalescenza concesso, il 15-04-’44, presenta al Magnifico Rettore dell’Università di Bologna la domanda per sostenere nella sessione estiva gli esami in quattro discipline curricolari del I anno di corso: Chimica, Zoologia, Storia della Medicina e Istologia, allegando i documenti militari necessari.
Dal suo fascicolo universitario non risulta che questi esami siano mai stati da lui sostenuti, anche se sono in corso ulteriori e più puntuali verifiche.
Dal suo fascicolo militare risultano tra aprile e maggio una serie di certificati medici dovuti ad una pleurite ed ai suoi postumi, che portano la convalescenza dello studente fino ai primi di giugno. Si può supporre che in quel momento egli si trovasse a Bologna per seguire gli esami e prepararsi a sostenerli.
Il fronte si sposta dalla linea Gustav alla Gotica
Pressochè contemporaneamente le vicende belliche italiane evolvono profondamente: l’avanzata degli alleati anglo-americani subisce un’accelerazione, benché il settore bellico italiano diventi un fronte secondario rispetto a quello apertosi nel Nord della Francia, dopo il 6 giugno del ’44, quando avviene lo sbarco in Normandia del D-Day.
In giugno la linea Gustav, dove gli alleati si erano arenati attorno a Cassino per circa cinque mesi (dalla metà di dicembre ’43 fino al 18 maggio ‘44) a causa della strenua resistenza opposta dai Tedeschi, viene travolta grazie all’operazione Diadem (ovvero la “IV battaglia di Cassino” o “battaglia della Valle del Liri”). La battaglia sbloccò lo stallo nell’avanzata, ma con l’imperdonabile distruzione dell’Abbazia di Montecassino, lo scrigno di tesori archivistici e documentari tra i più preziosi del nostro patrimonio culturale, molti dei quali andarono perduti per sempre.
In 10/15 giorni le truppe anglo-americane raggiunsero la capitale ed il 4 giugno ci fu la liberazione di Roma. Tra il giugno e l’agosto del ’44 il fronte avanza di altri Km 300 circa, dal Lazio fino all’Appennino Tosco-Emiliano, dove i Tedeschi di Kesselring si attesteranno in una difesa ad oltranza lungo la linea Gotica, che si protrarrà per tutto l’inverno del ‘44. Seguendo due direttrici di avanzamento (quella tirrenica, dove opera la 5° Armata americana, guidata dal Gen. Mark Clark, e quella adriatica con l’8° armata britannica del Gen. Oliver Leese, cui sono aggregati anche polacchi, francesi e italiani) gli alleati liberano il Lazio settentrionale e l’Umbria, giungendo a Terni e ad Orvieto tra il 13 e il 14 giugno e si attestano sulla linea del Trasimeno e la Val d’Orcia liberando Siena, mentre sulla costa adriatica le truppe del II Corpo d’Armata Polacco, comandato dal Generale Władisław Anders, avanzano nelle Marche, raggiungendo Ancona, che viene liberata il 18 luglio. Pochi giorni dopo, il 4 agosto 1944, tocca a Senigallia.
In queste condizioni belliche, l’attraversamento del fronte era impensabile ed improponibile per chiunque non avesse una ragione di vita o di morte per farlo. I rischi erano enormi: primo fra tutti quello di essere intercettati dalle pattuglie della Wehrmacht in allerta, impegnate in una guerra anti-partigiana senza quartiere. Muoversi su quella linea significava esporsi ai rastrellamenti delle SS e delle Brigate Nere, che fucilavano seduta stante o deportavano in Germania chi veniva sorpreso senza documenti in zone d’operazione, per il sospetto di essere un partigiano o una spia. A tutto questo dovevano aggiungersi le enormi difficoltà di spostarsi in aree dove i tedeschi facevano terra bruciata di ponti, di solito fatti saltare in aria, di strade minate o impraticabili, di posti di blocco presidiati. Anche le forze alleate potevano rendere ancora più proibitivo l’attraversamento del fronte con il costante bombardamento o il mitragliamento degli aerei chiamati “Pippo” impiegati sulle vie di comunicazione, le stazioni, i convogli, o su qualunque assembramento o presenza considerata sospetta.
La cattura e la fucilazione di Renato Sordi
Riteniamo che Sordi Renato per questa situazione bellica sia rimasto bloccato a Bologna, impossibilitato a ricongiungersi alla famiglia, nascosto o in clandestinità e che una imprudente e/o sfortunata sortita, personale o di azione partigiana, lo abbia messo nelle mani delle SS proprio nel giorno di ferragosto, come abbiamo anticipato all’inizio.
Il giovane fu trattenuto in carcere fino al 30 agosto, quando fu fintamente “messo in libertà” per ordine del Comando tedesco (come accadde a tanti che abbiamo già ricordato in queste pagine) e consegnato “per rilascio” – un rilascio fittizio, come ormai sappiamo- al “capitano C.A.S.”, cioè al capitano della Compagnia Autonoma Speciale Renato Tartarotti, che imbrancandolo insieme ad altri undici, lo trasferì al Poligono di Tiro di Bologna, in via Agucchi, all’estrema periferia Ovest della città, per farlo fucilare da un plotone d’esecuzione di militi fascisti, come rappresaglia per l’uccisione di un gerarca (Zambonelli) e di un militare della RSI (Vetuschi).

Alla fine della guerra fu riconosciuto partigiano dalla apposita Commissione Regionale e sepolto prima nel Campo degli Eroi della Certosa di Bologna, al posto n.°56, da dove in seguito i genitori lo fecero traslare, per inumarlo nelle Marche, vicino alla loro residenza, probabilmente a Belvedere Ostrense, dove però non risulta più alcuna tomba a suo nome.
A rintracciare ed avvisare i genitori del giovane marchigiano di quanto accaduto al figlio, fu l’ANPI di Bologna, nella figura di Mario Cennamo, allora giovane studente al IV anno di Medicina (divenuto medico nel dopoguerra, esercitando a Bologna la professione medica fino alla morte), che aveva a sua volta combattuto nelle file della Resistenza e che al termine del conflitto si occupò di rintracciare morti e dispersi tra gli studenti e i partigiani per comunicarlo alle famiglie.

La laurea honoris causa dell’Alma Mater
L’Università di Bologna per onorarne la memoria, il 7 dicembre 1946 conferì a Sordi Renato la Laurea in Medicina honoris causa e il rettore di allora, Prof. Edoardo Volterra, intrattenne a margine di questa iniziativa un commovente carteggio col padre Antonio, Tenente dei Carabinieri in congedo, di cui rimane testimonianza nell’Archivio della nostra università.
