Carlo Ferrari

Carlo Ferrari

Carlo Ferrari era stato disegnatore meccanico alla Fiat di Modena e la sua partecipazione alla Resistenza, che ebbe inizio fin dal 15 dicembre del 1943, quando aveva solo ventun anni, se fu certo il risultato anche dell’esperienza di fabbrica, maturò sicuramente anche per effetto della sua partecipazione nelle file del nostro corpo di spedizione durante la tragica campagna di Russia.

Era nato a Modena, nella frazione dei Mulini Nuovi di Albareto, il 2 ottobre del 1922 da Luigi ed Angiolina Vellani e risultava residente nel ’43 in Strada Torricella 6 a Modena. Aveva potuto studiare, arrivando a frequentare il 3°corso superiore della Scuola Industriale, quello che oggi chiameremmo un Istituto Tecnico.

Fu però molto presto chiamato alle armi, il 22 gennaio del 1942, presso il Deposito del 6° Centro Automobilistico con la qualifica di “specialista motorista”, dopo di che -il 19 giugno ’42- fu poi inviato alla 175ª Sezione Panettieri della Compagnia Sussidiaria di Bologna, con la quale partì l’11 luglio 1942 per la Russia. In Russia condivise le terribili condizioni in cui il nostro esercito fu costretto a fronteggiare un impegno bellico, per il quale non era equipaggiato e armato e che determinò poi una delle ritirate più drammatiche e luttuose della nostra storia.

Carlo Ferrari rimase in Russia quasi otto mesi, trascorrendovi tutto l’inverno del ’42, fino all’1 marzo 1943 quando fece ritorno in patria. Il 12 marzo fu infatti segnalato in arrivo nel “campo contumaciale”[1]-comando tappa principale 106, situato a Tarcento, in provincia di Udine, dove molti soldati italiani reduci dalla Russia stazionarono perché colpiti da malattie infettive (polmonite, soprattutto tifo) per ricevere le prime cure in regime di quarantena.

Venne poi messo in licenza “post-contumaciale”, cioè in convalescenza, dal 15 aprile al 17 maggio 1943. Il 1° giugno ’43 la sua 175ª Sezione Panettieri smobilitò e Carlo Ferrari passò alla 6ª Compagnia di Sussistenza. Il 13 luglio, infine, fu inviato presso il 6° Reggimento Autieri di Bologna, fino all’8 settembre del 1943, quando avvennero l’armistizio ed il contemporaneo sbandamento di tutto il nostro esercito, lasciato per lo più senza ordini dai Comandi Militari.

Fu poco dopo, nel dicembre del 1943, che Ferrari promosse la prima brigata GAP che si costituì in territorio modenese. La sua attività antifascista però fu presto scoperta e dovette rifugiarsi in montagna, entrando nella brigata “Ciro Menotti”, la cosiddetta brigata “Barbolini”, dal nome del suo comandante, Giuseppe Barbolini, che fu uno dei principali protagonisti della Resistenza in Emilia tanto che, per l’eroismo mostrato in molte battaglie ottenne, oltre ad altri riconoscimenti italiani al valore, anche la decorazione militare americana “Bronze Star”. La “Barbolini”, della Divisione Modena Armando, fu anche una delle poche formazioni partigiane ad essere stata guidata da un comandante donna: Norma, sorella di Giuseppe, che gli subentrò allorché questi rimase ferito gravemente, nel marzo del ’44, quando Carlo Ferrari ne faceva ancora parte.

Fin dai tempi della Gap modenese, Carlo Ferrari aveva scelto come nome di battaglia “Tom Mix”, dal famoso attore del cinema muto hollywoodiano interprete abituale del ruolo del cow boy buono. Nella “Barbolini” Ferrari /”Tom Mix” prese parte a diversi combattimenti e durante uno di questi, sul Monte Penna, nell’Appennino Modenese – comprensorio di Sestola, il 16 maggio ’44 fu catturato. Venne in seguito trasferito a Bologna e incarcerato a San Giovanni in Monte dal 30 maggio per ordine della Polizia segreta militare tedesca, a disposizione del Tribunale militare tedesco. Da lì venne prelevato con gli altri quattro ragazzi il 26 giugno e fu fucilato al Tiro a Segno militare di Bologna.

Nel dopoguerra, dalla “Commissione regionale riconoscimento qualifica partigiani Emilia-Romagna” fu riconosciuto partigiano dal 15 dicembre 1943 al 26 giugno 1944.

 

[1] Si chiamano campi contumaciali attendamenti o baraccamenti dove vengono isolati per qualche tempo reparti di truppa o di prigionieri che hanno avuto contatto con malati di grandi epidemie (colera, peste, vaiuolo, ecc.). Vengono impiantati a cura della direzione di sanità d’armata.

 

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