Il Distaccamento di Montagna “Carlo Pisacane”.

Infatti, fino a che non fu superata la convinzione pregiudiziale che in pianura non sarebbe stato possibile organizzare gruppi di resistenza armata, per l’impossibilità di garantirne la difesa e la sicurezza in luoghi così aperti ed urbanizzati, fu in montagna che si tentò di creare i primi presidi di lotta della Resistenza.

Nell’ottobre del 1943, nei pressi di Lizzano in Belvedere, in una zona compresa tra Poggiolforato e Vidiciatico, si cercò di insediare uno di essi sulle nostre montagne, nell’Alta Valle del Reno.

mappa con collocazione di La Ca', Poggiolforato, Vidiciatico e Lizzano in Belvedere.

Ad avviare questa iniziativa furono alcuni degli attivisti antifascisti appartenenti alla vecchia generazione, (quelli-per intenderci-che fin dagli anni trenta avevano subito arresti, processi, carcerazione e confino per il loro impegno politico contro la dittatura), che avevano maturato nel frattempo esperienze militari più o meno lunghe anche in Africa e nei Balcani, i quali, dopo l’8 settembre, si dettero da fare per riunire giovani sbandati o disertori o renitenti alla leva nelle zone boschive, impervie e sperdute delle nostre montagne appenniniche, alle spalle di Bologna. Questo gruppo di antifascisti era formato da sei uomini, Libero Lossanti, Monaldo Calari, Innocenzo Fergnani, Ernesto Venzi, Umberto Rubbi, Giorgio Frascari : tutti poi ebbero incarichi di responsabilità nel corso della Resistenza, ma in particolare i primi tre caddero sul campo da valorosi durante gli scontri contro l’esercito di occupazione tedesco, i primi due essendo insigniti a fine conflitto della medaglia d’oro al valor militare.

A questi sei si aggiunse come settimo il ferrarese Emilio Scalambra, che, troppo conosciuto come antifascista nella sua città, era stato mandato a Bologna, dove il 20 ottobre ’43 ricevette da Dalife Mazza e dai fratelli Umberto e Vittorio Ghini l’incarico di raggiungere a Vidiciatico la formazione per rifornirla di armi, aiutato in ciò da Giuseppe Landi (De Luca).

Attorno a questi sei uomini vennero ad ingrossare le fila ragazzi più giovani, ex-militari bolognesi e pistoiesi, qui confluendo dai due versanti opposti dell’Appennino tosco-emiliano. La base di questo nucleo resistenziale fu posta in una casera a fondovalle in località La Ca’, prestata da Vito Formili, padre di Lino, uno dei giovani ex-militari bolognesi, che erano entrati nel gruppo e che poi purtroppo fu tra i tre fucilati il 3 gennaio 1944. La formazione venne intitolata a “Carlo Pisacane”, il comando venne assegnato a Capitan Lorenzini (Libero Lossanti), un capitano d’artiglieria che aveva alle spalle un’esperienza militare in Yugoslavia, mentre assunse la funzione di commissario politico Monaldo Calari.

Dintorni di Vidiciatico. Verso La Ca'.

La zona scelta, che in quegli anni ’40 era ancora molto arretrata e povera, con pochi e difficoltosi collegamenti, oltre che con la città, anche con le valli attorno e i gruppi in esse dislocati, si rivelò particolarmente ostica da affrontare tra l’autunno e l’inverno del ’43, per uomini scarsamente esperti del territorio, male equipaggiati, spesso privi di rifornimenti e perciò esposti a scoprirsi per garantirsi la sopravvivenza.Viveri, vestiario e popolazione vicina potremmo dire che furono i punti dolenti di questi insediamenti: i viveri scarseggiavano per tutti e comunque risultava complesso assicurare ai partigiani un rifornimento regolare; il vestiario, che avrebbe dovuto essere adatto a temperature e condizioni atmosferiche rigide, non potè essere adeguato e non fu sufficiente la buona volontà di qualche anziana che a maglia preparò almeno calzini di lana per questi uomini. Ma soprattutto fu un impedimento la diffidenza della popolazione attorno, timorosa di attirarsi le rappresaglie dei Tedeschi: un ostacolo questo che in quel momento non si volle affrontare, come invece avverrà in seguito molto più produttivamente, facendo leva sull’ostilità che comunque stava già crescendo anche tra la gente di montagna contro la guerra e contro i nazifascisti, a causa delle spoliazioni e delle prepotenze da essi perpetrate.

Lizzano in Belvedere- Via Nuova -anni '30/'40.

Queste precarie condizioni furono le principali ragioni che determinarono il fallimento di questo primo insediamento e che spinsero i bolognesi ad abbandonare il territorio, mentre la parte toscana del gruppo decise di trasferirsi verso Maresca, nel pistoiese, per continuare là la lotta. In questa situazione il danno più grave registrato, oltre alla morte dei tre giovani che furono fucilati, fu la perdita delle armi, che non ci fu modo di salvare e che furono lasciate sul posto, tuttavia -a detta dei partigiani (Scalambra (1))- rese almeno inutilizzabili.

Lizzano in Belvedere, l'Alta Valle del Corno alle Scale (m. 1945).

La causa contingente che mandò in crisi questo primo insediamento partigiano, comunque, stando alla testimonianza di Umberto Rubbi (2). fu l’arrivo di una quindicina di toscani, cui si erano aggregati quattro russi ed uno slavo, che avevano raggiunto la base chiedendo ospitalità. La necessità di viveri soprattutto, portò questi ultimi a mettere a rischio il gruppo, segnalandone la presenza durante un tentativo di approvvigionamento, tanto che il rifugio partigiano fu raggiunto da due carabinieri, che momentaneamente furono disarmati e, benchè avessero promesso di non rivelare l’esistenza della formazione, costrinsero tutti ad una rapida smobilitazione, che venne effettuata in gran parte il giorno dopo la loro visita e cattura. Il grosso della formazione in novembre (la metà/la fine ?) defluì verso la pianura, Bologna o altro, a piccoli gruppi; alcuni, come Rubbi, traversando la collina di Castelluccio, altri, come Scalambra e Venzi, attraversando Monte Belvedere sotto una bufera di neve, trovando occasionali ospitalità e rifugi presso i contadini della zona. Scalambra racconta (1) che Venzi definì il loro trasferimento “odissea dei pistoloni”, per le modalità improvvisate e avventurose con cui fu affrontato.

Nei pressi di Poggiolforato e Vidiciatico rimasero ancora due formazioni: per un po’ i toscani, prima di rientrare verso la loro regione, ed inoltre un gruppo di una decina di uomini situati in un’area compresa tra Vidiciatico e Madonna dell’Acero, al comando di Spartaco (Rino Gruppioni), un partigiano poco più che ventenne, originario di Baricella, reclutato da Venzi, che dopo l’8 settembre aveva già partecipato ad alcune azioni antifasciste nella sua zona. Fu a scapito di questo esiguo gruppo di giovani partigiani che avvenne un primo rastrellamento fascista con scontro a fuoco, durante il quale i tre giovani Romagnoli, Brunelli e Formili furono catturati in una baita, arrestati, condotti a Porretta (così dice Gruppioni (3), ma secondo altre fonti (4) all’Abetone) poi a Bologna, dove vennero processati e condannati a morte dal tribunale di guerra.

Venzi (5) ci testimonia della presenza anche di un terzo gruppo ancora, proveniente da Imola, che aveva stabilito la propria base nei pressi del Brasimone, che ebbe vita difficile e stentata, dovendo affrontare condizioni durissime, che poi indussero tutti a desistere e a rientrare alla sede d’origine.

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(1)Vedi L. Bergonzini, L. Arbizzani La Resistenza a Bologna, testimonianze e documenti. vol. III, Italo Scalambra pagg. 520-523.

(2)Vedi L. Bergonzini, L. Arbizzani La Resistenza a Bologna, testimonianze e documenti. vol. V, Umberto Rubbi alle pagg. 852-853.

(3)Vedi L. Bergonzini, L. Arbizzani La Resistenza a Bologna, testimonianze e documenti. vol. III, Rino Gruppioni pagg.207-208.

(4) www.ciportanovia.it

(5) Vedi L. Bergonzini, L. Arbizzani La Resistenza a Bologna, testimonianze e documenti. vol. III, Ernesto Venzi, pagg. 278-285.

Tutte le foto e cartoline d’epoca fanno parte della Collezione M. Bergamaschi.

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