Agostino Pietrobuoni, una vita da “fuoriuscito”.

Foto di Agostino Pietrobuoni nel suo fascicolo della Questura di Bologna. Archivio di Stato di Bologna.
Foto di Agostino Pietrobuoni nel suo fascicolo della Questura di Bologna. Archivio di Stato di Bologna.

 

Quando Agostino Pietrobuoni venne giustiziato al Poligono di tiro di Bologna, insieme agli altri undici il 30 agosto 1944, aveva 50 anni compiuti da poco, venti dei quali trascorsi da fuoriuscito e  quattro, tra il ’39 ed il ‘43, da confinato, prima nel campo d’internamento francese di Vernet d’Ariege poi nella colonia confinati delle Tremiti.

Come per tanti altri della sua generazione, le scelte politiche -sposate fino in fondo- finirono per condizionare severamente i tempi e i modi dell’esistenza personale, sacrificando ad esse quieto vivere, affetti, interessi individuali, durata stessa della vita, in una generosità di impegno che non è mai venuta meno né di fronte ai pericoli, né per mere considerazioni di vantaggio personale.

Nacque il 27 luglio 1894 in una famiglia di braccianti di S. Agata Bolognese, figlio primogenito di Ferdinando e di Guerzoni Agata, che oltre a lui ebbero altri quattro figli: Quinto, del 1899, che gli fu compagno di lotta e che a sua volta concluse la propria esistenza fucilato dalle BBNN con altri due compagni sulla piazza del paese natale, sotto la torre civica, solo pochi giorni prima dell’esecuzione del fratello maggiore; Ottavio, l’unico maschio a sopravvivere alla guerra fascista, del 1908, anch’egli inquadrato nelle file della Resistenza, e le due sorelle, Idea, del 1904, e  Andreina, del 1910.

Salvo la sorella Idea, che era sarta, tutti in famiglia lavoravano la terra a giornata, vivevano a Sant’Agata Bolognese, in via Cattani 2/1°, in un territorio della bassa padana che nei primi due decenni del ‘900 fu profondamente segnato dalle lotte di emancipazione bracciantile. Agostino Pietrobuoni fin da giovane fu uno dei protagonisti di queste lotte, portavoce delle rivendicazioni sindacali dei lavoratori agricoli, capolega dal 1915 e perciò tenuto costantemente sotto la stretta vigilanza delle forze dell’ordine, ben presto titolare di un fascicolo personale aperto a suo nome presso la Questura di Bologna come sovversivo.

Nei rapporti polizia si dice che Agostino Pietrobuoni “ha scarsa intelligenza e cultura avendo frequentato la 3ª classe elementare”(confondendo -secondo i pregiudizi dell’epoca- intelligenza e grado di istruzione), ma cogliendone lo spessore umano e politico nel sottolinearne la “parola sciolta e abbastanza persuasiva per cui ispira fiducia nel ceto operaio”, a rimarcare l’ascendente che egli esercitava sui compagni di lavoro e di lotta e quindi la pericolosità del suo esempio e della sua influenza (1).

Non svolse invece il servizio militare, essendo stato riformato a causa di una forma di miopia, che andò aggravandosi nel tempo, costringendolo all’uso di occhiali con lenti sempre più spesse.

Nel riquadro contenente le note identificative dei suoi connotati, compilati il 16 maggio 1924 dalla Legione Territoriale dei Carabinieri Reali di Bologna, Agostino Pietrobuoni è descritto come un giovane alto, dalla corporatura snella, con una folta e liscia capigliatura castana, con tratti regolari del volto, pallido e segnato da rughe marcate, con gli occhi grigi, l’espressione “prepotente” e un abbigliamento abituale curato, definito “alquanto elegante”.

Al momento dell’espatrio in Francia, avvenuto appunto nel 1924, a governo fascista costituito da poco meno di due anni, nella sua fedina penale annoverava già una serie di precedenti :  in data 17 luglio 1920, denunciato dall’Arma dei Carabinieri Reali di Bologna per violenza privata, fu assolto per insufficienza di prove con sentenza del 1° ottobre 1920 della Regia Pretura di Persiceto; anche la denuncia del 10 agosto 1920 per eccitamento all’odio di classe e inosservanza dell’art 1 della legge di P.S., finì in un “non doversi procedere per amnistia” per l’istigazione all’odio fra le classi sociali con sentenza 18-1-‘23 della Corte d’Appello di Bologna. Il 2 marzo 1921 fu denunciato di nuovo per estorsione; condannato dalla Corte di Bologna in data 15-5-‘22, venne assolto per insufficienza di prove. Infine, con sentenza del 28-2-‘23 del Tribunale di Bologna fu assolto per amnistia

Gaetano Guizzardi, nella foto pubblicata nell’ottobre 1935 dalla rivista mensile “Il comune di Bologna” in http://badigit.comune.bologna.it
Gaetano Guizzardi, nella foto pubblicata nell’ottobre 1935 dalla rivista mensile “Il comune di Bologna” in http://badigit.comune.bologna.it

 

dall’imputazione di attentato alla libertà del lavoro. Nel frattempo, il 21 ottobre 1920 era stato arrestato per ordine del Pretore del Re sotto l’imputazione di essere “autore morale” dell’omicidio di Guizzardi Gaetano, un benestante, registrato come “fittabile” negli elenchi dei contribuenti della nostra provincia, nato a S. Agata Bolognese (Bologna) il 12 dicembre 1881, che il  30 ottobre 1920 era stato aggredito e ucciso in casa sua  e che fu poi annoverato dal Fascismo tra i suoi “martiri” (2).

Foto segnaletica per il Registro alla Frontiera di Agostino Pietrobuoni, nel fascicolo a suo nome presso l’Archivio di Stato di Bologna.
Foto segnaletica per il Registro alla Frontiera di Agostino Pietrobuoni, nel fascicolo a suo nome presso l’Archivio di Stato di Bologna.

 

Come si può notare molti reati imputati ad Agostino Pietrobuoni erano collegati al clima arroventato delle lotte sindacali degli anni Venti, che contrapponevano la manodopera bracciantile ad agrari progressivamente sempre più legati al partito fascista ed allo squadrismo, mentre i reati prettamente politici a lui ascritti sono tra i più capziosi (“responsabilità morale” in un omicidio, istigazione, sobillazione, ecc. ). D’altra parte le denunce continue, sistematiche, anche se poi destinate a finire nel nulla per la loro inconsistenza, erano (sono ?) un metodo per disturbare o neutralizzare gli oppositori scomodi, abusato da qualsiasi governo, come ben sappiamo.

Appena uscito dal carcere, dove aveva atteso il giudizio per il coinvolgimento nell’uccisione di Guizzardi Gaetano, per il quale era stato condannato in prima battuta a cinque anni e 10 mesi e all’interdizione dai pubblici uffici per omicidio preterintenzionale, pena poi condonata, decise dunque di lasciare l’Italia e dirigersi verso Parigi con regolare passaporto, motivando l’espatrio con ragioni di lavoro. Trovò occupazione come manovale fino al 1930, risiedendo a Domont, in Val d’Oise, regione dell’Ile de France, a pochi Km da Parigi, in rue de Marèchal Joffre, ma dopo qualche anno si trasferì a Tolosa, in Occitania, regione dell’Alta Garonna, nel sud della Francia, sempre per lavoro. Fu segnalato a Lione nel dicembre del ’31 come partecipante alle dimostrazioni contro il consolato Italiano avvenute tra il 31 ottobre ed il 1° novembre dello stesso anno.

Di idee socialiste fin dalla giovinezza, Agostino Pietrobuoni si impegnò prevalentemente nell’attività sindacale. All’estero tuttavia si legò agli altri socialisti fuoriusciti, tanto che la questura di Bologna, all’arresto nel ’41, gli contestò anche frequentazioni ( un certo “Luciani” e Cesare Atti di S.Agata Bolognese) e viaggi fatti per motivi politici in Francia a Clichy, a Tolosa  e a Lione, oltre alla partecipazione al Congresso Socialista di Grenoble, nel ’31, durante il quale avvenne la spaccatura tra i Socialisti Unitari e i cosiddetti “Terzini”, i sostenitori cioè della III Internazionale, tra i quali militava Pietrobuoni, che in quella sede furono espulsi dal partito e che in larga parte confluirono poi nel Partito Comunista.

In un rapporto del 18 gennaio 1932 su carta intestata della Regia Prefettura di Bologna, un telegramma, inviato il 16 gennaio da Roma firmato dal capo della polizia Bocchini (3), segnalava un’ informativa del Consolato di Tolosa, che preavvertiva delle intenzioni di Agostino Pietrobuoni di fare rientro in Italia a scopo di propaganda, con soste previste a Milano e Torino. Si notificava inoltre che Pietrobuoni si faceva chiamare “Griso” e spesso camuffava le sue generalità con storpiature del proprio nome e cognome : Pietriboni Giuseppe, Pietrobani Gastone, Pietriboni Gaston. In aggiunta si precisava che egli era inserito nella Rubrica di Frontiera e nel bollettino ricerche per fermo e si notificava alle forze dell’ordine territoriali che rispetto ai suoi soliti connotati, occorreva aggiornare i dati con l’indicazione che portava gli occhiali. Si dàva infine l’ordine di “Rintraccio per arresto”.

Il rapporto del 18 gennaio 1932 della Regia Prefettura di Bologna, che riporta il telegramma, inviato il 16 gennaio da Roma firmato dal capo della polizia Bocchini. Archivio di Stato di Bologna.
Il rapporto del 18 gennaio 1932 della Regia Prefettura di Bologna, che riporta il telegramma, inviato il 16 gennaio da Roma firmato dal capo della polizia Bocchini. Archivio di Stato di Bologna.

 

Il Consolato d’Italia di Tolosa lo denunciò alle autorità francesi ed il 22 gennaio 1933 Agostino Pietrobuoni fu espulso dalla Francia per attività sindacale e accompagnato alla frontiera belga. Da lì egli si recò a Bruxelles, dove rimase una decina di giorni, riuscendo poi a rientrare clandestinamente in Francia, andando a vivere ad Aulnay sous Bois, dove rimase, tranne qualche mese di residenza nella vicina S. Denis, lavorando come muratore e convivendo stabilmente in Rue Victor Hugo n. 6 bis con Scaramelli Telvina, la domestica, come lui originaria di S. Agata Bolognese, nata nel ’99, con cui  aveva avuto una figlia, Odette.

Poi la Questura di Bologna per diversi anni perse le sue tracce: le note sul suo fascicolo personale evidenziano che dall’aprile del ’35 le autorità non furono più informate su dove si trovasse esattamente, benchè confermassero la sua presenza all’estero; non furono nemmeno al corrente di dove vivesse la sua convivente, Scaramelli Telvina. Nel suo fascicolo è riportato a più riprese che a S.Agata Bolognese si vociferava che potesse trovarsi in Spagna tra le brigate internazionali o in  Russia.

In particolare una nota, del 7-9-’37, precisa che la Reale Ambasciata di Parigi aveva comunicato che non abitava più al n.° 77 del Boulevard Charles Floquet, nel comune di Aulnay s. Bois e non era in grado di stabilire dove si trovasse. Un’altra nota, del 7 luglio 1939, chiede conferma della sua iscrizione nella Rubrica alla Frontiera per il provvedimento di “arresto”, ma continua a ribadire il nulla da segnalare e in definitiva la mancanza di precise informazioni sulla sua residenza fino al 9-4-1941, quando si registra “ Risiede tuttora in Francia”. Solo in data 21 gennaio 1942 compare invece l’annotazione che rende conto del suo ritrovamento: si riporta infatti che il 10 agosto 1941 la gendarmeria francese lo aveva consegnato alle autorità di polizia di Mentone, che dalla frontiera italo-francese lo avevano tradotto a Bologna per consegnarlo alle forze dell’ordine locali e sottoporlo ad interrogatorio ed indagini relativamente all’attività politica svolta all’estero. In seguito a ciò la Legione Carabinieri Reali di Bologna il 16 settembre 1941 lo denunziò alla Commissione Provinciale per i provvedimenti di Polizia per l’assegnazione al Confino.

Le segnalazioni cronologiche tra il '37 e il '40 nel fascicolo personale di Agostino Pietrobuoni. Archivio di Stato di Bologna.
Le segnalazioni cronologiche tra il ’37 e il ’40 nel fascicolo personale di Agostino Pietrobuoni. Archivio di Stato di Bologna.

Il 30 novembre 1940, infatti, la Questura di Bologna era entrata in possesso di una lettera, indirizzata a Pietrobuoni Ottavio a S.Agata Bolognese, firmata da Agostino Pietrobuoni, nel cui timbro postale, datato 28 novembre ’40, era riportato il luogo di spedizione : Camp du Vernet d’Ariege (4). In questa lettera egli comunicava al fratello di voler rientrare in Italia, essendo quello l’unico modo per uscire dal campo di concentramento in cui era trattenuto. Agostino Pietrobuoni era stato internato a Le Vernet nel settembre ’39 e vi rimase fino al rimpatrio, avvenuto appunto nell’estate del ’41.

La segnalazione nel fascicolo personale di Pietrobuoni della sua lettera pervenuta al fratello Ottavio dal campo di internamento di Vernet d'Ariege.Archivio di Stato di Bologna.
La segnalazione nel fascicolo personale di Pietrobuoni della sua lettera del 28-11-’40, pervenuta al fratello Ottavio dal campo di internamento di Vernet d’Ariege.Archivio di Stato di Bologna.

 

Di fronte alla Commissione Provinciale Pietrobuoni negò un po’ tutto : sia di aver svolto attività politica dopo gli anni trenta, confermando invece il suo impegno sindacale, sia di essersi iscritto e di aver mai fatto parte del Partito Comunista, sia di aver partecipato alla guerra civile spagnola dalla parte dei repubblicani del Fronte Popolare tra le Brigate Internazionali (sappiamo per certo invece che ne fece parte suo fratello Quinto, con cui abitualmente egli invece condivise tutte le scelte di lotta (5)). Dichiarò anzi di essere stato molti anni ad Aulnay sous Bois in Rue Victor Hugo 6 bis, con la connazionale e compaesana Scaramelli Telvina, da cui aveva avuto la figlia Odette di 10 anni. Affermò che le autorità del luogo avrebbero potuto confermare che durante la guerra civile spagnola non si era allontanato da quel comune, alle cui dipendenze aveva lavorato per la costruzione delle sopraterre in qualità di manovale. Attestò che dal settembre ’39, all’atto dello scoppio della guerra franco-tedesca, fu internato a Vernet, dove era rimasto fino al rimpatrio.

La sentenza di condanna al confino per cinque anni comminata dalla Commissione Provinciale di Bologna ad Agostino Pietrobuoni, il 29 settembre 1941. Archivio di Stato di Bologna.
La sentenza di condanna al confino per cinque anni comminata dalla Commissione Provinciale di Bologna ad Agostino Pietrobuoni, il 29 settembre 1941. Archivio di Stato di Bologna.

 

Nonostante la sua testimonianza e le sue negazioni la Commissione Provinciale per i provvedimenti di Polizia il 29 settembre 1941 lo condannò al confino di polizia per cinque anni, cioè per la durata massima prevista della pena, che il Ministero dispose poi che egli dovesse scontare alle isole Tremiti, dove fu subito dopo tradotto, con ciò dimostrando di non aver creduto affatto alle sue rassicurazioni di essersi occupato dagli anni Trenta solo del benessere della sua famiglia, pur non essendo riuscita a provare il suo coinvolgimento nella guerra civile spagnola e l’iscrizione e l’attività politica svolta per il Partito Comunista. Ma così com’è vero che Agostino Pietrobuoni era entrato a far pare del Partito Comunista, è possibile anche che egli abbia partecipato alla guerra Civile spagnola, come il fratello, tenendolo segreto per non appesantire la sua posizione, già molto pregiudicata. A fare questa supposizione ci spingono molti indizi : la mancanza di sue notizie nel periodo interessato, benchè le autorità italiane lo avessero cercato ovunque in Francia, compreso Aulnay sous Bois, dove poi lui sostenne di essere rimasto;  la mancanza di comunicazioni con la famiglia a S.Agata nello stesso periodo; il fatto che fu internato a Le Vernet nel settembre ’39, ben prima di quando (10 agosto’40) gli italiani cominciarono ad esservi richiusi, ma nel periodo in cui lì invece furono spostati i combattenti internazionali che rientravano dalla Spagna; inoltre la abitudine a condividere col fratello Quinto le scelte più importanti di vita e di lotta. Tuttavia non abbiamo alcun documento per comprovare questa nostra ipotesi, esattamente come la questura di Bologna.

Dal confino venne liberato il 18 agosto 1943, quasi due anni dopo, in ottemperanza alle disposizioni impartite dal Ministero degli Interni con circolare telegrafica n.° 49216/411 del 14 agosto relativa alla liberazione dei confinati ed internati. Abbandonò con barca privata le isole Tremiti, munito di foglio di via e obbligo di presentarsi entro 4 giorni alla Questura di Bologna. Mussolini da meno di un mese era stato rimosso dal Gran Consiglio del Fascismo e fatto arrestare dal re e di lì a poco ci sarebbe stato l’armistizio a rimescolare ancora più drammaticamente la situazione complessiva dell’Italia.

Foglio di via obbligatorio di Agostino Pietrobuoni, che ne dispone la liberazione dal confino alle Tremiti e il trasferimento a Sant’Agata Bolognese, sotto l’avviso del provvedimento alla Questura di Bologna. Archivio di Stato di Bologna.
Foglio di via obbligatorio di Agostino Pietrobuoni, che ne dispone la liberazione dal confino alle Tremiti e il trasferimento a Sant’Agata Bolognese, sotto l’avviso del provvedimento alla Questura di Bologna. Archivio di Stato di Bologna.

Nonostante la sorveglianza dei Carabinieri, appena tornato a casa Agostino, insieme al fratello Quinto e stavolta anche Ottavio, si impegnò subito nella lotta antifascista, partecipando come responsabile per la zona di Sant’Agata, ad una riunione organizzativa della Resistenza già fin da domenica 29 agosto 1943, assieme a Boldini e Graziosi, che erano stati incaricati da Giorgio Volpi di attivare i militanti del partito comunista di quelle zone, come ha testimoniato Linceo Graziosi (6).

Agostino Pietrobuoni fu commissario politico della brigata Marzocchi, di stanza nella zona di Sant’Agata Bolognese, per la 63ª brigata Bolero Garibaldi, svolgendo un ruolo prevalentemente di guida, essendosi aggravata nel frattempo la sua miopia, tanto da compromettere la sua stessa vista.

Agostino Pietrobuoni in una delle sue ultime foto. Fondo Fotografico ANPI, Istituto Parri Bologna.
Agostino Pietrobuoni in una delle sue ultime foto. Fondo Fotografico ANPI, Istituto Parri Bologna.

 

Infine, come abbiamo già anticipato nel §.5.2.,  venne catturato nella notte tra il 26 e il 27 agosto presso la famiglia Suozzi, in via Montirone, nel comune di San Giovanni in Persiceto, dove si erarifugiato ed era nascosto mentre le BBNN avevano proceduto all’arresto del fratello Quinto e di altri due partigiani santagatesi. Così Ettore Suozzi raccontò la cattura di Agostino Pietrobuoni  (7) :

«Durante la Resistenza entrai a far parte della 63a brigata “ Bolero “. Il compagno Giuseppe Landi mi disse che dovevo ospitare un compagno di riguardo, per uno spostamento di sicurezza: si trattava di Agostino Pietrobuoni. Arrivò di notte accompagnato dal Landi e si sistemò dentro una capanna vicino a casa mia. Per cautela, mi diceva che non andava in casa di nessuno. Si mangiava quel poco che c’era, perché assai poco c’era anche per noi in famiglia. Eravamo sempre assieme, di notte specialmente, a causa della sua vista. Era buono, molto consapevole, semplice nel parlare, non ci stancava mai col suo dire.

Nel mese di maggio, una domenica, verso l’una di notte, egli volle approfittare della chiarezza della notte illuminata dalla luna per fare quattro passi fra la mia casa e quella del contadino Danio Bongiovanni. In mezzo ai due casolari c’era un pozzo e lì ci eravamo appena fermati, quando, all’improvviso, dalle siepi uscirono una trentina di brigatisti neri, comandati dal brigante Lini. Il cane saltò fuori ma fu fulminato da una raffica di mitra, poi subito piombarono su di noi. Io chiesi chi erano e Agostino disse che era di passaggio e aveva chiesto un bicchiere d’acqua. Uno di questi chiese se era ricercato e lui disse che non lo sapeva. Lo colpirono e gli occhiali caddero. Subito venimmo divisi. Una decina erano su di me caricandomi di botte, dicendo che ero un partigiano. Io dicevo di no e allora botte. Dissi che ero un guardiafili e ancora botte; mi chiesero perché ero con lui e io dissi che era capitato per caso e ripetei la storia del bicchiere d’acqua. Dissero che non era vero: e ancora botte. Poi cambiarono tattica e mi promisero salva la vita se dicevo chi erano i partigiani. Dissi che non lo sapevo e ancora botte. Intanto uno faceva la spola col gruppo del comandante per sapere cosa avevo detto io. Poi sentii che dissero di fucilarmi. Mi portarono davanti alla casa di Mon, il muratore, sempre in via Montirone. Si misero in cinque in ginocchio e cinque in piedi. Sentii lo scatto della sicurezza e stavano per puntare. Invece, ricominciarono con le domande e io continuavo a negare, dicendo che non sapevo niente. Poi arrivò uno che si mise a parlare col Lini e dopo scaricò di nuovo la sua furia su di me, in modo bestiale. Finalmente se ne andarono dicendo che questa era stata una lezione. Ero tutto sanguinante, pieno di ammaccature, ma non sentivo dolore. Pensavo ad Agostino: anch’egli non aveva parlato, aveva salvato non solo me ma tanti altri compagni. Fu poi fucilato, la sera del 30 agosto 1944, al Poligono di Bologna.»

In carcere a San Giovanni in Monte –come sappiamo- fu prelevato e giustiziato per la rappresaglia attuata in seguito agli attentati che colpirono Zambonelli e Vetuschi, alla fine di agosto 1944.

Fu riconosciuto partigiano dalla commissione regionale apposita dal 9/9/43 al 30/8/44.

 

(1) Vedi Fascicolo personale presso Archivio di Stato di Bologna, rispettivamente in Documento riservato della Prefettura di Bologna, scheda biografica di Agostino Pietrobuoni del 1 novembre 1925;proposta per l’assegnazione al confino di polizia della Legione dei Carabinieri Reali di Bologna, datata19 settembre 1941.

(2) Nel corso di una solenne cerimonia svoltasi a Bologna, tutti i martiri fascisti della provincia furono traslati dalle loro tombe nel sepolcro monumentale a loro dedicato alla Certosa, fatto costruire e inaugurato nel 1932. Vedi http://badigit.comune.bologna.it/codibo/index.asp

(3) Arturo Bocchini (18801940) funzionario dello stato, avviato alla carriera prefettizia nel  1922, è famoso per essere stato a capo della polizia dal 1926 alla morte. E’ stato una delle figure- chiave della dittatura fascista, creatore del sistema poliziesco del regime, alle dirette dipendenze del Duce, in un corpo separato ed autonomo dalle interferenze del P.N.F.(Partito Nazionale Fascista) e dai prefetti, con una polizia politica fondata su ispettorati speciali sparsi sul territorio nazionale e collegati all’estero, con il nuovo nome di OVRA.

(4) A Vernet d’Ariege, che si trova nel sud della Francia ai piedi dei Pirenei, nei pressi del confine con la Spagna, sorse nel 1918 un campo d’internamento che nel ’39 fu destinato a raccogliere tutti coloro che avevano fatto parte delle brigate internazionali e avevano combattuto in Spagna e la stavano abbandonando per rifugiarsi in Francia alla fine della guerra civile; lo stesso campo, poi, dopo il 10 giugno del ’40, data della dichiarazione di guerra dell’Italia alla Francia,  accolse fascisti e civili italiani che si trovavano in Francia.

(5) Quinto Pietrobuoni, iscritto al Partito Comunista dal 1921, combattè nella batteria «Antonio Gramsci» del gruppo artiglieria internazionale, con il grado di sergente, si allontanò dalla Spagna nel febbraio 1939, essendo poi internato nei campi di concentramento di Argelès-sur-Mer, poi di Gurs, infine di Vernet-d’Ariège, da dove fu poi trasferito in Italia. Il 29/11/41, due mesi dopo la condanna del fratello, fu condannato a sua volta dalla Commissione provinciale al confino a Ventotene per un anno, proprio per aver partecipato alla guerra di Spagna. Prosciolto il 25/9/42, lasciò Ventotene e ritornò al paese natio, per entrare nella Resistenza a partire dall’8-9-43 militando nella brg. Marzocchi della 63ª Brigata Bolero, operativo nel territorio di Sant’Agata Bolognese con sabotaggi a fili del telegrafo e alle reti telefoniche, attentati. Quinto fu catturato in casa di Medardo Bettini, insieme con Giovanni Barbieri e tutti e tre furono fucilati nella piazza di Sant’Agata il 26 agosto 1944, quattro giorni prima che il fratello Agostino fosse giustiziato al Poligono di tiro di Bologna.

(6) Testimonianza di Linceo Graziosi, pagg.211-214, in L. Bergonzini La Resistenza a Bologna, vol. V, cit.

(7 ) Testimonianza di Ettore Suozzi, pagg.758-759, in L. Bergonzini La Resistenza a Bologna, vol. V, cit.

Altre foto segnaletiche di Agostino Pietrobuoni nel suo fascicolo personale. Archivio di Stato di Bologna.
Altre foto segnaletiche di Agostino Pietrobuoni nel suo fascicolo personale. Archivio di Stato di Bologna.
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