Il contesto.

Il contesto nel quale venne decisa l’esecuzione dei due giovani faentini era stato contrassegnato da un’escalation di azioni antifasciste, che tra l’ autunno e l’ inverno del ’43 cominciarono a prendere di mira dapprima ritrovi e sedi delle forze repubblicane e dell’esercito di occupazione tedesco, per  puntare poi direttamente sugli uomini  : sono i primi decisi segnali del rifiuto di accettare senza reagire lo stato delle cose, determinatosi dopo l’8 settembre del ’43 in Alta Italia; sono i primi atti di una volontà di opposizione, che presto si trasformerà in Resistenza armata e organizzata e che dà prova della sua esistenza inizialmente con azioni diversificate, non ben finalizzate, ma di forte disturbo, in grado di creare tensioni nelle autorità, perché rappresentano l’apertura di un fronte interno aggiuntivo rispetto a quello ufficiale, costituito dall’Italia di Badoglio, e che si sommano al nemico numero uno, rappresentato dalle forze alleate. Una fonte di preoccupazione in più e di intensità crescente, che richiederà mezzi, uomini e mentalità a parte, per essere affrontata e contenuta sia da parte tedesca sia da parte repubblicana.

Queste azioni singole, scoordinate, ancora non inserite in un’organizzazione resistenziale complessiva, nascono spesso proprio dall’esigenza innanzitutto psicologica dei primi partigiani di dimostrare agli altri e a sé stessi di esistere e di essere in grado di farsi sentire e di contare nel contrasto al fascismo e al nazismo (vedi la testimonianza di Vittorio Gombi sull’attentato al “Fagiano” https://www.storiaememoriadibologna.it/attentato-contro-il-ristorante-il-fagiano-80-evento). Oramai ai partigiani non bastava più solo organizzarsi, fare propaganda e proselitismo antifascista, sentivano anche il bisogno di agire, per contribuire a cambiare le cose. Le azioni partigiane perciò non furono spiegabili solo dunque con la volontà della parte comunista di alzare il livello della tensione, che pure fu l’altra motivazione fondamentale.

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