La battaglia di Purocelo.

Ben 16 delle complessive 18 vittime finora accertate della fucilazione avvenuta tra il 18/20 ottobre del ’44 erano partigiani appartenenti alla 36a brigata Bianconcini Garibaldi, reduci dalla battaglia combattuta tra il 10 ed il 12 ottobre nella valle di Santa Maria di Purocielo (o Purocelo), nei pressi di Brisighella (in provincia di Ravenna), una località che oggi ha preso il nome di Santa Maria in Gorgognano.

10.2.1. La 36a Brigata Bianconcini Garibaldi

Tra tutte le formazioni partigiane che furono operative nella nostra regione, la 36a Bianconcini Garibaldi fu una delle più numerose, efficienti e organizzate.

La Brigata era nata da un primo embrione di venti/cinquanta uomini di origine imolese e faentina che nell’inverno del ’43 cominciarono a raggrupparsi sulle alture dell’Alto Imolese, nella zona di Cortecchio, sul monte La Faggiola, stabilendo la loro base in un casolare diroccato, chiamato ironicamente l’”albergo”.

Albergo di Cortecchio (Castel del Rio). La prima base della 36a brigata Garibaldi Bianconcini.
Albergo di Cortecchio (Castel del Rio). La prima base della 36a brigata Garibaldi Bianconcini.

 

Guidati da tre giovani comandanti, Giovanni Nardi “Caio”, Andrea Gualandi “Bruno” e Luigi Tinti “Bob”, questi uomini si impegnarono per tutto l’inverno in azioni di guerriglia sulle strade che collegavano l’Emilia alla Toscana, finché alla fine di febbraio ’44 vennero dispersi da un’azione repressiva antipartigiana delle milizie fasciste. Si andarono ad unire perciò ai gruppi partigiani stanziati sul Monte Falterona e quando anche questi ultimi si sbandarono a causa dei rastrellamenti nazifascisti, una ventina di giovani -seguendo Tinti e Nardi- fecero ritorno sui luoghi iniziali e ad aprile alla Dogana, in un cascinale abbandonato, fondarono la 4a brigata Garibaldi, cui si unirono ben presto i bolognesi di Libero Lossanti “Capitano Lorenzini” e Ernesto Venzi “Nino” – tutti e due di ritorno dalla lotta partigiana in Veneto – e di Guido Gualandi “Moro”.

Fino all’inizio dell’estate ’44 fu Libero Lossanti a tenere il comando della brigata, che prese la denominazione di “Bianconcini” da Alessandro, professore imolese di violoncello, ex-volontario garibaldino di Spagna, giustiziato nella rappresaglia punitiva del 27 gennaio ’44, seguita al mortale attentato contro il federale di Bologna Eugenio Facchini. A svolgere il ruolo di commissario politico della Bianconcini fu invece Guido Gualandi.

Partigiani della 36a nella zona di Cà di Malanca. www.camalanca.it
Partigiani della 36a nella zona di Cà di Malanca. www.camalanca.it

 

La formazione partigiana aumentò progressivamente di numero fino a raggiungere le 20 compagnie, per un totale di più di un migliaio di uomini (1), che furono impegnati in scontri contro tedeschi e fascisti quasi ogni giorno, su una vasta area attestata tra il passo di Casaglia e il Giogo di Scarperia, tenendo sotto controllo importanti vie di comunicazione come la Montanara e la Casolana. Tra le operazioni coronate da successo della Bianconcini forse la più nota e rilevante fu l’occupazione di Palazzuolo sul Senio (FI), dove i “ribelli” provvidero a distribuire il grano alla popolazione e a distruggere i registri militari di leva.

(1) Secondo L. Bergonzini in Quelli che non si arresero (Ed. Riuniti, 1957-Roma) quando la brigata lasciò Sommorio per avviarsi verso Fornazzano, alla fine di agosto, i partigiani erano oltre milletrecento.

10.2.2. Gli ordini del CUMER

La successiva reazione dei tedeschi e dei militi repubblicani portò il 14 giugno alla morte, durante una missione, del “comandante Lorenzini”, Libero Lossanti, cui subentrò Tinti, che rimase al comando fino alla fine, nonostante un tentativo del CUMER di affidare la guida della brigata ad un anziano ex-militare, Mario Saba, che i partigiani però non accettarono e che disciplinatamente rimase a dare il suo contributo alla lotta, tra le file, assieme agli altri. I combattimenti della brigata si intensificarono dopo il 10 settembre in concomitanza con l’avvio dell’offensiva alleata sulla linea Gotica. Anzi proprio in previsione dell’arrivo degli alleati e dell’insurrezione partigiana che avrebbe dovuto accompagnarli, il CUMER inviò alla brigata il 18 settembre Sante Vincenzi”Mario”, con le disposizioni cui attenersi.

La Bianconcini fu divisa in quattro battaglioni: il 1° e il 4°, affidati al comando rispettivamente di Libero Golinelli e di Guerrino De Giovanni, furono destinati a convergere su Bologna; il 2° btg., con a capo Ivo Mazzanti, ricevette l’ordine di dirigersi su Faenza; il 3° con Carlo Nicoli fu assegnato a Imola. Ma anche questi piani furono sovvertiti dall’inaspettato andamento delle operazioni militari.

La mappa dei territori in cui operò la 36° Bianconcini Garibaldi.
La mappa dei territori in cui operò la 36° Bianconcini Garibaldi.

 

Infatti, nonostante i successi iniziali degli alleati, che nel settembre del ’44 avevano rotto e oltrepassato la linea difensiva tedesca sul Giogo e sul passo della Colla, ottenendo le vittorie sul monte Battaglia e sul monte Cece e nonostante i progressi delle truppe indiane, che erano arrivate a ridosso di Marradi (FI), gli alleati furono costretti a rallentare progressivamente l’avanzata, fino a sospenderla in dicembre, sia per la riorganizzata e strenua difesa tedesca sia per le difficoltà ambientali.

Anche i comandi della 36° brigata Bianconcini si resero conto che era necessario modificare i piani preordinati dal Cumer, soprattutto dopo le criticità incontrate in alcuni scontri difficili avvenuti alla fine di settembre, aggravati dalle croniche penurie di viveri e mancanze di mezzi (abbigliamento, armi) soprattutto man mano che si avvicinava la stagione invernale.

Il 3° battaglione, guidato da Nicoli, affrontò le battaglie di  Monte Carnevale e del Monte Battaglia, in cui dette manforte agli alleati, dopo di che gli uomini furono disarmati dagli Americani e relegati nelle retrovie, per poi essere inseriti individualmente nei gruppi di combattimento italiani.   Il 1° battaglione, dopo il 21 settembre, si separò in due tronconi, uno raggiunse gli alleati a Visignano il 24/9, continuando a combattere sul fronte e mantenendo il controllo di Borgo Tossignano, grazie al diverso comportamento degli inglesi rispetto agli americani, che consentirono ai partigiani comunisti di continuare a tenere le armi e di combattere in autonomia, l’altro troncone invece si diresse a Ca’di Guzzo.

10.2.3. Imbottigliati.

Gli altri due battaglioni, il 2° e il 4°, si riunirono dopo che il 2° ebbe costatata l’impossibilità di puntare su Faenza, presidiata capillarmente dalle forze militari tedesche. Così riconfluite, le formazioni, al comando di “Bob”, Luigi Tinti, piegarono a sud-est. In tutto si trattava di circa 700 uomini, ripartiti in dodici compagnie che il 9 ottobre giunsero nella valle del rio di Co’, senza sapere di essere finiti esattamente al centro della linea di fuoco che opponeva gli alleati ai tedeschi.

36a Brigata Garibaldi Bianconcini. Appennino bolognese. Una pattuglia di partigiani del secondo battaglione in località Cavina. Fondo Luigi Arbizzani-Istituto Parri BO.
36a Brigata Garibaldi Bianconcini. Appennino bolognese. Una pattuglia di partigiani del secondo battaglione in località Cavina. Fondo Luigi Arbizzani-Istituto Parri BO.

 

Decisi a raggiungere il Monte Vigo, alle prime luci del giorno scoprirono invece di essere stati circondati nottetempo dai Tedeschi e mentre ripiegavano precipitosamente verso Ca’ di Malanca, divennero bersaglio del fuoco incrociato di Tedeschi e alleati.

Guidati dai fascisti, i tedeschi sorpresero poi a Ca’ di Gostino vicino alla parrocchia di Santa Maria Purocielo, il comando della brigata che vi si era insediato. Molti partigiani furono colpiti a morte, tra loro il comandante del 2° battaglione Ivo Mazzanti, ma Tinti ed un gruppo di altri ruppero l’accerchiamento, sottraendosi alla cattura. Il combattimento, iniziato a Ca’ di Malanca, proseguito a Ca’ di Gostino, si spostò poi a Piano di Sopra, a Ca’ di Marcone, a Ca’ di Monte Colombo l’11 ottobre, quindi a Poggio Termine di Sopra, dove era presente anche l’infermeria, e sul Monte Calamello, il 12 ottobre, dove gli uomini furono in grado di organizzare una difesa efficiente. Per due giorni, l’11 e il 12 ottobre, in condizioni di grave inferiorità i partigiani sostennero e respinsero gli attacchi tedeschi, poi, resisi conto di non poter protrarre oltre la resistenza, presi di mira com’erano sia dagli alleati sia dai nazifascisti, ormai a corto di munizioni e con molte perdite umane, decisero di imboccare l’unica via di salvezza lasciata libera, in direzione Nord, dalla parte opposta a quella dove si trovavano gli alleati.

La battaglia fu talmente concitata, che in pochi tra i combattenti il 12 ottobre notarono che un aereo bombardiere americano, un B-17 di ritorno dal feroce bombardamento su Bologna avvenuto quello stesso giorno, sorvolò l’area della battaglia a meno di 50 metri di altezza lasciandosi dietro una scia di fiamme per andare a schiantarsi con un forte boato su una cresta montuosa della zona. Si trattava di un aereo colpito probabilmente da Flak della contraerea tedesca di San Ruffillo, precipitato a 40 Km di distanza, i cui piloti, lanciatisi con i paracadute, furono catturati nella zona di Casola Valsenio (2), di cui sono invece rimaste tracce nelle fonti di ispirazione anglo-americana e/o di appassionati di areonautica.

(2)http:// www. aereiperduti.net/approfondimenti/purocielo.php

Quadro di Ferdinando Gazza che raffigura un momento della Battaglia di Purocielo. Sito museo ca’ di Malanca.
Quadro di Ferdinando Gazza che raffigura un momento della Battaglia di Purocielo. Sito museo ca’ di Malanca.

 

10.2.4. Alla canonica della Cavina.

Nella notte tra il 12 e il 13 dopo aver radunato gli uomini, il comando della formazione iniziò lo sganciamento, e con l’aiuto dei partigiani della brigata “Celso Strocchi”, guidati da Sesto Liverani, fu approntato il trasferimento di tutto il gruppo.

36a Brigata Garibaldi Bianconcini. Partigiani della compagnia di Kachi, in località Canovaccia, Appennino bolognese, dopo il combattimento di Monte Pianaccino, avvenuto il 9 settembre 1944. In prima fila, con la sciarpa, Nino Bordini. Fondo Arbizzani-Istituto Parri.
36a Brigata Garibaldi Bianconcini. Partigiani della compagnia di Kachi, in località Canovaccia, Appennino bolognese, dopo il combattimento di Monte Pianaccino, avvenuto il 9 settembre 1944. In prima fila, con la sciarpa, Nino Bordini. Fondo Arbizzani-Istituto Parri.

 

Abbandonarono i feriti non trasportabili nella canonica della chiesa di Cavina, presso il paese di Fognano (in prov. di Ravenna), dove si trovavano già altri due partigiani, Nino Bordini “Gnaf” e Teodosio Toni “Tigre”, che il 24 settembre in uno scontro a fuoco con un convoglio tedesco erano stati feriti rispettivamente alle gambe ed a un tallone. Per assistere i quattro feriti più gravi (Giovanni Borghi “Gianni”, Alfonso Bagni “Fonso”, Pietro Muratori “Carlino”, Luigi Rispoli “Napoli”) e gli altri due già presenti si fermarono con loro il medico Ferruccio Terzi e lo studente in medicina Renato Moretti, con gli infermieri Laura Guazzaloca e Sergio Giulio Minozzi. Le testimonianze però hanno sempre indicato in sette il numero dei feriti abbondonati alla Cavina, ma il più delle fonti ne enumerano solo sei, comprendendo anche Bordini e Toni, che secondo altre fonti erano tutt’al più convalescenti. Quindi, nella migliore delle ipotesi resta da identificare il nome di un altro ferito o, nella peggiore, di altri tre. I nomi dei fucilati il 18/20 ottobre di cui ancora non possiamo stabilire con precisione la collocazione in questa fase della ricostruzione allo stato attuale sono: Ottonelli Attilio, Guerra Mario e Gnesini Gino.

Rimasero nella canonica anche un ufficiale medico austriaco disertore, che si faceva chiamare Willy, e due militari tedeschi feriti. Scelsero di restare per difendere l’infermeria anche Nino Bordini e Teodosio Toni, che – pur essendo in via di guarigione- non erano in grado di tenere il passo dei compagni e avrebbero rischiato di rallentarne la marcia.

Il resto dei partigiani proseguì il cammino, poi Tinti – dopo aver prospettato con chiarezza i rischi e le difficoltà della situazione- lasciò liberi gli uomini rimasti ai suoi ordini di scegliere se continuare a combattere, proseguendo il cammino fino al raggiungimento delle postazioni degli alleati, o andarsene ed in effetti una trentina di giovani decisero di abbandonare l’impresa, lasciando le proprie armi ai compagni rimasti. Marciarono solo di notte verso le linee anglo-americane per tre giorni, attraversando le valli del fiume Lamone, dell’Acerreta e del Tramazzo, perdendo lungo il cammino anche il comandante Andrea Gualandi “Bruno”, che rimase ucciso nel corso degli scontri durante il trasferimento.

Un gruppo di partigiani della 36a a Purocielo; “Bob”, Luigi Tinti, è al centro a petto nudo. Già malato di febbri malariche, il comandante “Bob” dopo la guerra deperì rapidamente, nonostante la robusta costituzione fisica, cessando di vivere ad Imola il 1° ottobre 1954, all’età di 36 anni (testimonianza del fratellastro Bartolomeo Dal Pozzo, in La Resistenza a Bologna, vol. V).
Un gruppo di partigiani della 36a a Purocielo; “Bob”, Luigi Tinti, è al centro a petto nudo. Già malato di febbri malariche, il comandante “Bob” dopo la guerra deperì rapidamente, nonostante la robusta costituzione fisica, cessando di vivere ad Imola il 1° ottobre 1954, all’età di 36 anni (testimonianza del fratellastro Bartolomeo Dal Pozzo, in La Resistenza a Bologna, vol. V).

 

Nella notte tra il 13 e 14 il gruppo di Bob, diretto verso Monte Tesoro, raggiunse Modigliana di Forlì, poi finalmente poté ricongiungersi agli alleati inglesi al Monte Freddo, essendosi lasciati dietro alle spalle una quarantina di caduti nella battaglia di Purocielo e i feriti alla Cavina.

Intanto alla canonica, trasformata in infermeria improvvisata, il 14 ottobre giunsero i Tedeschi, che fecero prigionieri tutti, ma -si dice- decidendo di lasciarli in vita, in una delle rarissime applicazioni anche ai partigiani della Convenzione di Ginevra da parte dei Tedeschi, perché i due soldati tedeschi feriti dichiararono di essere stati curati e trattati umanamente. Secondo la ricostruzione di Zacchini dall’infermeria ci fu una “aspra ed eroica difesa da parte di Bordini e di Toni e degli altri feriti che potevano impugnare un’arma”alla presa di possesso della canonica da parte dei Tedeschi, che in questo caso, se accreditiamo questo dato, sarebbero stati insolitamente ancor più generosi nel lasciarli in vita e trascinarseli al seguito.

Tutti infatti furono trasferiti all’ospedale di Brisighella, sistemati in un ricovero allestito all’esterno davanti all’edificio, dove pare abbiano trovato altri cinque dei loro, feriti: Adelmo Brini “Delmo”, Romolo Menzolini “Bill”, Iliano Pasciuti “Leo”, Mario Guerra “Mao” e Attilio Ottonelli. Dobbiamo dire che le testimonianze sono discordi anche su queste presenze. Come vedremo più avanti, al §. 10.3, le registrazioni del carcere confermano la presenza dei primi tre e aggiungono quella di Bergonzoni Guido “Saetta”, l’unico di cui anche in carcere si segnala la ferita al braccio sinistro, aggiungono inoltre quella di “Ferraresi Giancarlo”(con cui raggiungeremmo il numero di cinque feriti), ma non sappiamo chi si nasconda sotto questa identità, di cui discutiamo l’identificazione nel paragrafo 10.3.1.Se “Ferraresi” dovesse essere identificato in Ottonelli o Guerra e non in un altro ferito ancora (per esempio Gnesini o uno di cui ancora oggi non conosciamo il nome), l’altro dei due deve essere ricollocato tra i feriti abbandonati alla Cavina.

Furono poi le BBNN di Faenza a piombare all’ospedale, due giorni dopo, pretendendo ed ottenendo dal comandante tedesco la consegna dei prigionieri, a catturarli e a trasferirli a Villa San Prospero tutti, tranne Laura Guazzaloca e, sempre secondo una parte di testimonianze, Toni (3). Furono sottoposti a torture e sevizie per estorcere loro nomi ed informazioni, senza che nessuno parlasse, fino a che il 18 vennero condotti a Bologna, dove furono fucilati al Poligono di Tiro di via Agucchi, tra il 18 e il 20 ottobre ‘44.

Laura Guazzaloca morì invece più tardi, il 23 novembre 1944, nel campo di Fossoli (Carpi – MO), dove era stata trasferita (vedi nota 4 del §. 10.5), e, secondo alcune fonti prevalentemente bolognesi, Teodosio Toni venne invece fucilato a Forlì (3). Per il tenente medico austriaco Wilhelm, “Willy”, la sorte fu segnata immediatamente, perché i tedeschi lo soppressero subito dopo la cattura alla Cavina.

 

< Vai al paragrafo precedente

Leggi il paragrafo successivo >

 

(3) Oggi sappiamo invece che Toni fu portato con gli altri a Bologna, vedi §. 10.3 e segg.

 

 

 

Chiudi il menu