Don Ildebrando Mezzetti e la parrocchia di San Martino in Pedriolo

La chiesa di San Martino in Pedriolo è situata nell’omonimo comune, frazione di Casalfiumanese, lungo la strada che da Castel San Pietro (in prov. di BO) porta a Sassoleone, fiancheggiando il fiume Sillaro, che costituisce una specie di confine naturale tra Emilia e Romagna. E’ una bella costruzione ottocentesca che si staglia verso l’alto, interrompendo il piatto profilo dell’orizzonte padano.  Visibile da lontano, divenne dopo l’8 settembre del ’43 un passaggio frequentato da molti giovani che ritornavano nelle loro case e, suo malgrado, si trovò al centro di alcuni sanguinosi episodi di repressione nazifascista.

Come ricorda un testimone che fu staffetta partigiana, Marino Fabbri (4), in quei giorni molti del luogo aderirono alla Resistenza e si formò un gruppo partigiano, poi inquadrato nella 66ª Brigata Garibaldi. I tedeschi, informati da alcuni delatori locali, fecero diverse puntate in zona : alla fine di giugno avvennero i fatti che portarono alla cattura e alla fucilazione di cinque giovani, collegati alla esecuzione al Poligono del 3 luglio, già trattata nel § 4.8.

La chiesa di San Martino in Pedriolo-Casalfiumanese (BO)

 

Erano ragazzi diretti verso le basi di montagna della 66ª brigata Jacchia Garibaldi, che avevano appuntamento nei pressi del ponte sul fiume Sillaro con una staffetta della brigata, che avrebbe dovuto guidarli nel trasferimento in montagna. Una spia avvisò il comando tedesco, accampato proprio nei pressi della frazione con una scorta di un centinaio di uomini, che intervennero. I partigiani cercarono di scappare ed alcuni ce la fecero, nascosti da cespugli di acaci, un altro giovane fu salvato da una ragazza del luogo, cinque invece furono catturati, portati via, interrogati e torturati, poi il 1° luglio riportati sull’argine sinistro del Sillaro sotto scorta armata e uccisi uno alla volta con un colpo di pistola in bocca.

Cleto Casi, un ragioniere di 22 anni, Dino Pancaldi, impiegato ventenne, Rino Balestrazzi, incisore di 21 anni, Silvano Rubini, calzolaio diciottenne e Gino Salmi, calzolaio di 21 anni morirono così, i loro cadaveri sepolti alla bene e meglio con poche manciate di terra ; i loro nomi poi furono aggiunti a quelli dei cinque modenesi ( Balocchi, Barca, Bononcini, Labanti, Palmini) fucilati il 3 luglio in via Agucchi, nell’avviso bilingue diffuso in città all’inizio di luglio ’44.

7.7.1. La cattura di Don Ildebrando Mezzetti

La cattura di Don Ildebrando Mezzetti
Don Ildebrando Mezzetti. www.bibliotecapersicetana.it

 

In luglio ebbe avvio anche l’episodio che vide protagonista Don Ildebrando Mezzetti, allorché una squadra di SS tedesche, su indicazione di informatori e brigate nere locali, prese di mira la canonica, la circondò all’alba e iniziò una perquisizione anche in chiesa, alla ricerca di una radio trasmittente clandestina che non venne trovata. In compenso Chiesa e canonica furono razziate di tutto quanto contenevano di valore, arredi sacri compresi.

Don Ildebrando era un parroco ormai avanti negli anni, originario di San Giovanni in Persiceto, dove era nato alle Budrie  il 12 ottobre 1879, figlio di Enrico ed Enrica Toschi. Una volta ordinato sacerdote, fu prima cappellano a Piumazzo di Modena, poi a Malalbergo. Il 29 maggio 1910 divenne arciprete a Colunga, frazione di San Lazzaro di Savena, e sette anni dopo, il 30 settembre 1917, fu trasferito a San Martino in Pedriolo, dove rimase ininterrottamente alla guida della parrocchia per più di 27 anni, facendosi voler bene dalla gente.

“Don Ildebrando, che noi ricordiamo non più giovane, trotterellante per le vie del centro, quando veniva in città dalla sua lontana parrocchia di S. Martino in Pedriolo, il capo un po’ inclinato, gli occhietti che spesso ti fissavano al di sopra delle lenti legate all’antica e che gli scendevano sul naso, la zazzera dei capelli grigi sempre un po’ arruffata”(5), durante l’occupazione tedesca aprì le porte della sua chiesa a tutti i bisognosi di aiuto, famiglie in difficoltà, sfollati, ma anche giovani renitenti, disertori e partigiani. Informatori locali lo accusarono di collaborare con la Resistenza, ma la sua famiglia ha costantemente negato nel tempo suoi coinvolgimenti nella lotta di liberazione ed ha sempre sostenuto che -nell’operare- Don Mezzetti fu sempre e solo guidato dalla sua fede e dalla sua coscienza.

Preso comunque di mira dalle autorità tedesche e repubblicane, il parroco fu accusato di aver ospitato nella sua parrocchia anche dei paracadutisti inglesi. Di fronte alle accuse, Don Ildebrando non seppe difendersi convincentemente. Fu arrestato due mesi dopo, il 5 settembre 1944, portato probabilmente in via Santa Chiara, alla sede delle SS a Bologna, qui interrogato e torturato, infine trasferito a San Giovanni in Monte, dove fu immatricolato l’8 settembre successivo.

L’Arcivescovo di Bologna Nasalli Rocca intervenne presso le autorità tedesche in difesa del suo sacerdote ed ottenne l’assicurazione che Don Mezzetti sarebbe stato risparmiato, patteggiando per la sua vita  la  deportazione  in Germania. I tedeschi però non mantennero la parola e il sacerdote,  con Don Monticelli ed altri  nove (forse) uomini furono vittime di una rappresaglia il 20 settembre 1944. Come al solito sui registri del carcere bolognese i detenuti risultano aver firmato un falso rilascio, con affidamento alle SS,  mentre in realtà furono condotti al Poligono di via Agucchi, dove avvenne l’esecuzione.

Quando fu informato di questa fine, l’ Arcivescovo Giovan Battista Nasalli Rocca  spedì al Feldmaresciallo Kesserling una lettera di rimostranze, che ben documenta il clima ed i rapporti di forze in campo e testimonia di come la chiesa bolognese stesse ormai arrendendosi alla costatazione della assoluta inconciliabilità tra il regime nazifascista e qualunque basilare principio di umanità, impedendole di svolgere ormai la benchè minima funzione di mediazione e/o persuasione morale:

«Ieri attraverso molte incertezze finalmente, e senza particolari, mi è stato comunicato che un mio sacerdote con altri dieci è stato fucilato per la solita rappresaglia. Questa   notizia mi ha angosciato profondamente: è il primo fra i miei sacerdoti che è così caduto. Ne esprimerò a chi di dovere tutto il mio sentimento di indicibile pena cagionata a me e al mio clero, appena ne avrà conoscenza.  Ora mi giunge notizia che a questi undici si vogliono aggiungere altre nuove vittime e per decisione di un tribunale italiano ( si riferisce probabilmente ai condannati a morte del P.d.A. bolognese, poi giustiziati il 23 settembre 1944).  Vi scongiuro come vescovo e come italiano che risparmiate queste nuove vittime e che il sangue del povero sacerdote, cosi crudelmente soppresso, abbia almeno la virtù di salvare queste altre vite. Vi assicuro che un atto di clemente giustizia sarà veramente apprezzato da questa città che, ve lo dico con tutta la forza dell’animo, è stanca di vedere scorrere così il sangue.  Questo è quanto vi domanda un vescovo, che, da 23 anni conoscendo bene questa popolazione, ha la coscienza di avere ininterrottamente compiuto opera di pacificazione e di bene, che così, con immenso strazio, vede andare dispersa a danno di tutti».

 

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