Arresto, processo e condanna di Renato Tartarotti.

Renato Tartarotti si era allontanato da Bologna nel settembre del ’44 portando con sé  gli uomini della Compagnia Autonoma Speciale, al seguito del Questore Tebaldi, trasferito a Trieste.

Le carceri dell'Arsenale a Brescia, da dove Tartarotti venne tradotto a quelle di Bologna.

Nei primi mesi del ‘45 era insediato a Vobarno, la cittadina delle acciaierie Falck, sul lago di Garda, a 8 Km da Salò ed è lì che fu arrestato con i suoi uomini, a seguito di soprusi e violenze perpetrate ai danni anche della popolazione locale, secondo quanto afferma il libello citato, Vita, crimini, condanna del famigerato ‘capitano’ Tartarotti…..

Fu rinchiuso nelle carceri giudiziarie di Brescia, da dove però riuscì a fuggire, dandosi alla macchia con alcuni dei suoi uomini più fedeli. Solo dopo qualche tempo fu catturato nuovamente in Val Trompia dai gappisti della 136. Bgt. Garibaldi, che lo riportarono nelle carceri dell’Arsenale di Brescia.

  Il mandato di cattura per Renato Tartarotti – Archivio di stato, Fascicolo Tartarotti.
Il mandato di cattura per Renato Tartarotti – Archivio di stato di Bologna, Fascicolo Tartarotti.

 

Da lì lo prelevò per riportarlo a Bologna il vice commissario Osvaldo Pini, che nella volontà di assicurare al Tribunale di Bologna Renato Tartarotti, oltre a motivi istituzionali, era spinto anche da ragioni personali, essendo stato amico intimo di Giovanni Gatto, fatto fucilare proprio dal Cap. della C.A.S.

Giunse a Bologna alle 20.45 del 14 Maggio e fu scaricato dalla vettura davanti alla Questura Centrale, dove, nonostante l’ora tarda e il buio, venne riconosciuto dalla madre di una delle sue vittime, che, facendosi largo tra gli agenti, lo aggredì, riuscendo a colpirlo con alcuni pugni. Fu questo l’unico segno dell’odio popolare di cui era oggetto, che arrivò materialmente a colpire l’ex-capitano della C.A.S, prima dell’esecuzione.

Tartarotti in manette . Fondo Arbizzani-Istituto Parri Bologna.
Tartarotti in manette . Fondo Arbizzani-Istituto Parri Bologna.

 

Il 3 luglio alla Corte d’Assise Straordinaria di Bologna si celebrò il processo intentato contro di lui e contro tre dei suoi complici : Alessandro Molmenti, i fratelli Paolo ed Alberto Gamberini.

Per motivi di ordine pubblico durante l’udienza non furono ammessi in aula spettatori, ma allo scopo di andare incontro al desiderio di informazione della cittadinanza venne disposto un collegamento radiofonico, realizzato attraverso quattro microfoni di Radio-Bologna, che permise agli ascoltatori di seguire tutte le fasi del processo, anche attraverso altoparlanti collocati in alcune piazze della città. Dentro e fuori dall’aula, intorno al Palazzo di Giustizia, fu allestito un attento servizio d’ordine.

L’aula era comunque piena, gremita da esponenti del C.N.L. invitati, da rappresentanti dei partiti, da partigiani mutilati e feriti, da parenti delle vittime, dai rappresentanti della stampa che erano numerosi ed occupavano un intero bancone sulla destra. La corte era presieduta dal Comm. Leonetti, la pubblica accusa era rappresentata dal Comm. Laurens.

Alle 9.30 ebbe inizio l’interrogatorio e il Presidente chiese a Tartarotti di raccontare le vicende della sua carriera, che lo avevano portato a raggiungere il grado di capitano. Imputato di triplice omicidio per avere il 19 aprile ’44 ucciso il giovane Paolini e altri due sconosciuti a san Giovanni Valdarno e di collaborazionismo col nemico (vedi doc.), in sua difesa Tartarotti affermò di essere stato solo un esecutore che aveva attuato ordini ricevuti da «sfere  più alte».

Freddo ed impassibile all’inizio della seduta, Tartarotti iniziò ad agitarsi inquieto quando cominciarono a sfilare i testi dell’accusa, di fronte ai quali fu inutile qualsiasi tentativo di scagionarsi, tra di loro la madre di Stenio Polischi, torturato per giorni poi impiccato per strada con il filo di ferro dagli uomini della C.A.S.(la Compagnia Autonoma Speciale, di cui Tartarotti divenne il capitano).

Immagini del processo a Tartarotti. La pubblica accuda, comm. Laurens che chiede alla Corte la pena di morte per Tartarotti.

Il giorno seguente, l’aula del tribunale visse un momento di forte commozione quando Anna Fantini, madre di un sedicenne della brigata “Temporale”, Adolfo, rivolgendosi a Tartarotti, inginocchiata vicino alla gabbia che lo rinchiudeva, gli chiese più volte di rivelare dove avesse sepolto il corpo del figlio.

L’accusa nella sua arringa fece rilevare il ruolo cruciale della figura di Renato Tartarotti nella situazione particolare del periodo nazifascista a Bologna, concludendo con la richiesta della pena di morte mediante fucilazione alla schiena per lui e anche per il suo fidato aiutante, Molmenti Alessandro.

L’avvocato Bruno, che parlò in difesa di Tartarotti, cercò di avvalorare la tesi della minorazione psichica per l’imputato, affetto da tara luetica.

Alle 17.00 la corte si ritirò in camera di consiglio per deliberare e si ripresentò alle 19.00 per annunciare la sentenza: Tartarotti Renato venne condannato alla pena di morte mediante fucilazione alla schiena, Molmenti Alessandro subì la medesima condanna, mentre agli altri due complici, Gamberini Alberto e Paolo, furono attribuiti rispettivamente 30 anni e  8 anni e 4 mesi di reclusione. Il pubblico presente in aula applaudì al verdetto, accolto da Tartarotti e Molmenti con imperturbabilità e dai fratelli Gamberini con evidente sollievo.

Il Presidente della Corte, comm. Leonetti, mentre pronuncia il verdetto.

Verso le 19.30 una folla numerosa si raccolse nella piazza del Tribunale per protestare contro la sentenza decretata nei confronti dei fratelli Gamberini, che apparve ai più troppo blanda, ma furono tutti fatti sgombrare, non senza qualche incidente dalle forze di polizia.

Nonostante alla fine del processo Tartarotti avesse espresso l’intenzione di non appellarsi alla sentenza, in realtà tramite il suo avvocato egli fece ricorso alla Suprema Corte di Cassazione, che tuttavia in data 6 agosto 1945  lo rigettò.

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