La fucilazione del 19 settembre 1944

Il 19 settembre 1944 al Poligono di tiro di Bologna furono fucilati in tre, due donne e un uomo. Tutte e tre le vittime erano molto giovani : la più vecchia, Ada Zucchelli, non aveva ancora 28 anni, Roveno Marchesini aveva compiuto 21 anni, appena vent’anni Irma Pedrielli. Catturati nel corso dell’attacco ad una base partigiana della 7ª Gap, non furono portati nel carcere di San Giovanni in Monte, da cui proveniva invece la gran parte degli altri fucilati di cui abbiamo parlato fin ad ora, ma furono tenuti per quattro giorni nella caserma di via Borgolocchi, interrogati e torturati dagli uomini dell’ UPI (Ufficio Politico Investivativo)  e solo dopo condotti al patibolo, a poca distanza dal luogo in cui erano stati sorpresi e fatti prigionieri, a seguito di una delazione, mentre altri tre loro compagni erano rimasti cadaveri sul luogo dello scontro a fuoco, caduti sotto i colpi dei militi (Sergio Galanti, Renato Martelli, Angiolino Castagnini).

L’attacco era avvenuto il 14 settembre 1944 in via Ponte Romano 34. La base era stata allestita da pochi giorni e vi si era insediata una formazione gappista tipo : quattro uomini e una staffetta donna.

La fucilazione del 19 settembre 1944
La notizia riportata su “L’Avvenire d’Italia”

 

La 7a Gap

La 7a Gap, di cui facevano parte tutti i sei partigiani coinvolti nello scontro,  è sicuramente la più conosciuta formazione partigiana cittadina bolognese, protagonista delle azioni più eclatanti e audaci attuate durante la Resistenza nella nostra città.

Fondata nella primavera del ’44 da alcuni antifascisti bolognesi appartenenti ancora alla vecchia generazione di oppositori, condannati dal tribunale speciale al confino o in carcere, liberati dopo il 25 luglio del ’43 o dopo l’8 settembre, come Luigi Gaiani, Walter Nerozzi, Vittorio Ghini, Remigio Venturoli, Bruno Pasquali, alcuni dei quali avevano già anche esperienza di combattimento per aver partecipato alla guerra civile spagnola, come Alberganti e Leonardi, la 7ª GAP fu poi allargata, grazie alla adesione di numerosi giovani, di solito di estrazione operaia e di fede comunista, per lo più provenienti dal Fronte della Gioventù, l’organizzazione dei giovani comunisti (poi scimmiottata nel nome negli anni ’70 dai neofascisti), che animarono la lotta partigiana in città con le loro azioni, consistenti in attentati a uomini e cose, sabotaggi, coraggiosi colpi di mano.

Benchè la  7ª Gap (Gruppo di azione patriottica) fosse stata fondata a Bologna e costituisse una formazione cittadina, ebbe presenze e distaccamenti anche in alcuni comuni della provincia: ad Anzola, Castelmaggiore, Medicina, Castenaso ed Imola, con un’organizzazione diversa rispetto a prima della nascita della RSI (Repubblica Sociale Italiana). Per ragioni di sicurezza organizzata per gruppi separati, all’oscuro l’ uno dell’altro, ricoverati in basi indipendenti e ignare l’una dell’altra, la 7ª si occupò di  rubare armi e munizioni, attaccare  carrarmati per metterli fuori uso, di compiere furti di benzina e realizzare  continui sabotaggi alle linee telefoniche tedesche ed ai treni, di effettuare attentati a ufficiali tedeschi, collaborazionisti e spie fasciste.

La fucilazione del 19 settembre 1944
Il comunicato delle Camicie Nere della “Brigata Nera” sui fatti di Via Ponte Romano, pubblicato nella stessa esatta formulazione dell’”Avvenire”, anche dal “Il Resto del Carlino”del 20-9-1944.

 

Di regola in ogni base vivevano in clandestinità o semiclandestinità cinque componenti, quattro uomini e una donna (generalmente con funzione di staffetta), che spesso dovevano spostarsi sul territorio, variando la base  a seconda dell’azione da intraprendere. Basi della 7ª Gap furono collocate in via Mondo, in via Leonello Spada, in via Dionigi Calvart, in via Barberia 22, nel Pratello, in via Falegnami, in via Costa, ecc., sia in centro città, cioè, sia in zone e quartieri periferici.

Via Ponte Romano è una strada ancor oggi esistente nel quartiere Santa Viola. Si tratta di una laterale che da via Agucchi, la stessa strada in cui è situato il Poligono, porta verso la riva destra del fiume Reno, che scorre lì a pochi passi. La base partigiana era un appartamento all’interno del n. 34,  collocato quasi in fondo alla strada, in un caseggiato a due piani, tra diverse altre modeste abitazioni operaie, in una delle zone allora più popolari di Bologna,  subito di retro alla via Emilia, prima del Pontelungo, dove a quei tempi erano tante le fabbriche e le officine, dominate dai padiglioni della Calzoni.

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