L’attentato al Ristorante Diana.

Nonostante le minacce, infatti, il 28 dicembre 1943 si ebbe un ennesimo attentato diretto ancora una volta contro un luogo molto frequentato dai Tedeschi in città, il Ristorante Diana, dove per la prima volta si ebbero due vittime, entrambe italiane però. Si trattava di una giovane coppia altolocata, i conti di Montresor, Giovanni e la moglie Renata.

L’attentato al Ristorante Diana
Il necrologio dei conti di Montresor, pubblicato sul “Carlino” del 1-1-’44.

 

In un articolo davvero breve, pubblicato al solito nella Cronaca di Bologna, con taglio medio, seguito da un trafiletto di commento, il “Carlino” di giovedì 30 dicembre 1943, dava nella maniera più “invisibile” possibile, notizia dell’attentato al “Diana”, ricostruendo così i fatti : intorno alle 19 di martedì 28 dicembre ’43, una forte detonazione si era prodotta sul retro del noto locale, situato tra via Indipendenza e via Volturno, probabilmente causata da un ordigno collocato precedentemente sotto un tavolo “da terroristi”. Due i morti, l’avvocato Giovanni Montresor, di anni 28, figlio dell’ex senatore Luigi, e sua moglie, Renata Stegani, di anni 33 (in realtà 31) ; cinque i feriti soccorsi e trasferiti all’Istituto “Rizzoli” per le cure: Ario Martinelli, di anni 47, Augusto Ambrosi, di anni 39, Luisa Nogarotto in Pedrini, di anni 44, Nina Rossi, ved. Leonelli, di anni 41, e Olga Carmen, di anni 26, tutti guaribili tra le tre settimane e i pochi giorni.

L’attentato al Ristorante Diana
Il trafiletto del 30-12-’43 del “Carlino”, che riporta notizia dell’attentato al ristorante “Diana”, indicato dalle due freccette gialle aggiunte.

 

Il breve trafiletto del commento incolpava dell’attentato “i campioni della criminosa anarchia terroristica che agisce nell’ombra al servizio di Mosca e dei suoi sinistri alleati”, a cui veniva attribuita la responsabilità di aver versato sangue innocente di connazionali, perché “nessun spiegabile bersaglio è stato, non diciamo colpito ma neppure preso di mira dalla cieca furia degli attentatori” e di aver voluto arrivare “alla strage per la strage”, ricordando che già un altro “Diana”, il teatro milanese, nel 1921 era stato l’obiettivo di un’altra lontana e bieca tragedia, in cui era stata colpita la massa degli innocenti. Con questo collegamento, si passava a concludere trionfalisticamente che oggi come allora gli eventi avrebbero portato alla riscossa nazionale e alla rinascita del Paese, proteso verso la vittoria.

Decisamente più drammatica, ma anche più precisa la cronaca dell’attentato -senza alcun commento- pubblicata anch’essa il 30-12-’43 sull’”Avvenire”, presentata con ben altra rilevanza, come taglio alto, su due colonne, in cui si specificava che la bomba era stata deposta accanto alla vetrina di via Volturno del ristorante e che sul colpo era deceduto solo Giovanni Montresor, seduto nel tavolo collocato vicino alla vetrina ed ormai alla fine del pasto in attesa di un caffè surrogato, mentre la moglie era stata ricoverata in condizioni disperate all’ospedale Sant’Orsola con le gambe dilaniate.

L’attentato al Ristorante Diana
L’articolo de “L’Avvenire” del 30-12-’43 con la notizia dell’attentato al “Diana”.

 

Detto questo, il clima d’insieme e probabilmente soprattutto quest’ultima azione, convinsero le autorità che la misura era colma e che occorreva usare la mano pesante per stroncare questo tipo di attacchi e si decise di prendere misure più drastiche fino ad allora non praticate. Dobbiamo pensare perciò che se anche la sorte dei due partigiani faentini era comunque ormai già segnata dalla condanna a morte del Tribunale speciale, la decisione di passare subito all’esecuzione fu legata anche alla volontà da parte delle autorità nazifasciste di rispondere a questo clima montante di rivolta e attacchi violenti.

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