Il santino del funerale di Giordano Walter Busi, in originale un fronte retro, squadernato. Fondo Fotografico ANPI, Istituto Parri, Bologna.
Il santino del funerale di Giordano Walter Busi, in originale un fronte retro, squadernato. Fondo Fotografico ANPI, Istituto Parri, Bologna.

 

Giordano Walter Busi, “Michele”

“Colpito al sommo del petto dal piombo nazifascista, col solo conforto dell’Idea, (..), cadeva il 18 novembre 1944 ….ecc…” Nel testo del santino distribuito al funerale, che invitiamo a leggere per esteso, colpiscono alcune espressioni-chiave, che permettono di cogliere la fierezza per la morte eroica di Giordano Walter Busi, affrontata a viso aperto e messa in conto da sempre ed accettata, al pari del confino e del carcere, come il prezzo inevitabile della propria fede politica, equiparata per dedizione ed amore al figlio Spartaco. Al di là della retorica resistenziale che permea le parole, quel che emerge ripetutamente dallo stampato è l’orgoglio comunista che consentì a lui e, dopo, ai suoi familiari di guardare comunque al futuro con la speranza che altri avrebbero continuato sulla via tracciata, traendo dal suo esempio la forza “per i futuri cimenti”, in una logica non più individuale ma collettiva del proprio compito nella storia.

Abbiamo voluto iniziare questo nostro ritratto di “Michele” Giordano Walter Busi con il santino distribuito al suo funerale, rovesciando la cronologia e l’ordine logico di qualsiasi biografia, perché mai come per lui nella sua fine si specchia tutta la vita.

Comunista e partigiano, un irriducibile.

Quando venne fucilato al Poligono di tiro di Bologna, Giordano “Walter” Busi i suoi 37 anni li aveva compiuti solo da quattro mesi e poco meno della metà li aveva passati al confino, tra Ponza e Ventotene, e in galera: in parte a San Giovanni in Monte, a Bologna, in parte a Castelfranco Emilia, in parte ancora a Civitavecchia e a Napoli Poggioreale. Il motivo, sempre e solo uno: la sua scelta di essere e rimanere comunista nonostante il fascismo, nonostante la repressione, la censura, le condanne reiterate, nonostante tutto.

I rapporti di polizia che lo riguardano ripetono tutti lo stesso refrain : massima sorveglianza per un elemento che non smette di essere comunista e di accompagnarsi ai soggetti ideologicamente più pericolosi, che perciò va di volta in volta riportato in carcere, isolato e condannato ancora e ancora al confino perché irriducibile. Tanto irriducibile da rimetterci anche la vita, alla fine.

Quante volte abbiamo sentito dire dai nostri vecchi: sotto il fascismo bisognava avere la tessera, altrimenti non si campava…sotto il fascismo erano tutti fascisti perché non si poteva fare altro. Ecco, Giordano Walter Busi è la dimostrazione che si poteva fare altro, ma a che prezzo !

Nato il 22 luglio 1907 da Enrico e Grossi Bianca, nella frazione Bertalia al n°. 154 di Bologna, in una famiglia di estrazione popolare, in cui oltre a lui c’erano altri quattro fratelli (Gaetano, Cordelia, Aurora, Ancilla), scolarizzato fino alla 3a elementare, il minimo necessario per imparare a leggere e scrivere, poi  muratore, in famiglia aveva avuto il primo orientamento politico, ma dai 18 anni la sua scelta si era fatta personale e attiva ed era entrato a far parte della Federazione Giovanile Comunista nel 1925. Soldato nel 49° Fanteria in Mantova, dove dalla locale questura era già stato segnalato come comunista, veniva sottoposto a fermo di polizia la mattina del 31 luglio ’29 a Bologna poi il 2 gennaio 1930 arrestato, schedato e condotto alle locali carceri di San Giovanni in Monte, dove il 19 febbraio 1930 gli veniva comunicato da un sottoufficiale di P.S. della Squadra Politica della questura di Bologna, che a suo carico sarebbe stata presentata la proposta di assegnazione al confino e lo si preavvisava che aveva tempo fino al 23 del mese per presentare ricorso scritto avverso al provvedimento, presso la locale Commissione Provinciale. Era accusato di essere pericoloso per l’ordine nazionale dello Stato in quanto militante del Partito Comunista, in contatto con altri comunisti (Mazzetti Marino (1), Negrini Paolo (2), Marmocchi Giuseppe (3)), impegnato insieme a loro nella riorganizzazione del movimento giovanile del partito in provincia di Bologna. Effetti di questa attività, di cui si imputava la responsabilità al Busi in concorso con gli altri, erano stati la distribuzione in occasione della giornata rossa del 1° agosto 1929 di numerose copie di un manifestino comunista nella notte tra il 30 e il 31 luglio in via Emilia, tra il Dazio e S. Viola, e l’affissione di francobolli comunisti sulle pareti di alcuni orinatoi pubblici della città. Lo stesso verbale sottolineava come all’arresto di Busi e Negrini fosse terminata anche la distribuzione degli stampati.

A Busi, e agli altri indicati sopra, veniva imputata inoltre l’intensificazione nella distribuzione di manifestini del partito comunista e di stampa clandestina, che era stata registrata dalle autorità a partire dal dicembre ’29 in città, che aveva determinato poi il suo arresto ad inizio gennaio ‘30.

In tre, Marmocchi Negrini e Busi (4),  furono condannati al confino per cinque anni il 25 febbraio 1930 e Busi fu destinato all’isola di Ponza, allora compresa nella provincia di fondazione e denominazione fascista “Littoria”, poi divenuta l’odierna Latina, che egli raggiunse l’8 aprile 1930 accompagnato dagli agenti di P.S.. (5)

Otto mesi dopo, l’8 dicembre 1930, fu arrestato e denunciato per contravvenzione agli obblighi di confino e per il reato previsto dall’art. 24 o 247 (la lettura sul documento è incerta) del codice Penale. Viene condannato a mesi 3 per il solo reato di contravvenzione agli obblighi di confino, rinchiuso a Poggioreale, dove rimane fino al 13 marzo 1931, quando viene tradotto nuovamente a Ponza, dopo aver espiata la pena.

Il 1° giugno 1931 è ricoverato d’urgenza nel locale ospedale degli Incurabili a richiesta dei sanitari di Ponza, per accertamenti; da lì viene dimesso il 29 giugno e riaccompagnato a Ponza il 30. Il 2 agosto è denunciato e arrestato alla Reale Pretura di Ponza per contravvenzione agli obblighi di confino, il 13 agosto è condannato a mesi 3  e gg. 15 di arresto per il reato imputatogli. Di nuovo il 18 novembre dal locale tribunale è assolto per insufficienza di prove.

Nell’isola non gli fu assegnato alcun incarico di lavoro – perlomeno ufficialmente-, in compenso si innamorò di una giovane nativa del luogo, Vitiello Silveria, chiamata familiarmente Silvia, nata a Ponza il 29 maggio 1911 da Biagio e Misuraca Rosalia, con la quale decise di convolare a nozze nel luglio del ’33, quando per Busi si aprì una breve tregua nelle vessazioni costrittive del confino. Nel suo fascicolo, depositato presso l’Archivio di Stato di Bologna, sono conservate ancora le due domande di pugno di Silveria e Giordano, rispettivamente la prima inviata da Bologna il 5 luglio ’33 con la quale la giovane, in quel momento ospite presso l‘abitazione dei genitori di lui in via Bertalia 154, chiede al Ministro degli Interni che venga concessa una licenza matrimoniale per il giovane allo scopo di celebrare le nozze, la seconda spedita da Bologna alla fine di luglio 1933 dallo stesso Giordano Busi al Ministero degli Interni per ottenere una proroga della licenza matrimoniale accordatagli precedentemente e in scadenza il 23 luglio, in considerazione del fatto che non era stato possibile celebrare il matrimonio prima di sabato 22 luglio. “Michele” era stato infatti accompagnato a Bologna il 12 luglio ’33 per fruire della concessione di 10 gg di licenza  matrimoniale, che gli furono poi prorogati fino al 31 luglio, quando fu nuovamente riportato sotto scorta al confino, non più a Ponza, ma a Ventotene.

Nel frattempo infatti, probabilmente per allontanarlo dalla presenza di Silveria a Ponza, era stato deciso il suo trasferimento a Ventotene, effettuato già in data 11 maggio ’33, dove l’isolamento divenne ancora più accentuato perchè l’internamento era previsto in una struttura penitenziaria, il carcere di Santo Stefano, costruito nel 1795 in epoca borbonica sull’isola pontina omonima, famoso per le condizioni di durezza e severità di trattamento dei condannati.

Di lì a breve, il 26 maggio del ’34, nacque il figlio, che fu chiamato Spartaco, Spartaco Busi, un nome che la dice lunga sulle convinzioni del padre, che lo “amava quanto la sua Fede “.

Ancora una volta, il 19 ottobre 1934 venne denunciato in stato d’arresto alla locale Pretura per oltraggio ad agenti della Forza Pubblica e contravvenzione agli obblighi di confino, ma il 15 novembre fu assolto dalla Pretura di Napoli per insufficienza di prove.

Il 1° aprile 1935, finalmente terminato di espiare per intero il periodo di confino, venne accompagnato da due agenti a Bologna e rimesso in libertà. Dopo aver dichiarato di prendere dimora a Bologna, in frazione Bertalia al 154, dove risiedevano i suoi, riprese la sua vita, ma nei suoi confronti venne disposta da parte della locale Questura una vigilanza costante.

Per quasi un anno e mezzo Busi non dette luogo a rilievi, continuando ad essere sorvegliato dalle forze dell’ordine, finché il 30 settembre ’36 venne ancora una volta tratto in arresto, perché risultò comprovata la sua attività comunista e la sua partecipazione a convegni politici in contatto con compagni di fede. In particolare fu accusato di raccogliere sottoscrizioni per i sovversivi spagnoli, impegnati nella guerra civile.

Denunciato alla Commissione Provinciale, fu assegnato per la seconda volta al confino di polizia  con ordinanza 16 novembre ’36 e destinato per altri 5 anni a Ventotene, ove venne di lì a breve tradotto,  giungendovi l’8 dicembre 1936.

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