I due cugini di Nonantola, Alberto Cajumi e Rolando Zoboli.

Per questi due giovani nonantolani, Alberto Cajumi e Rolando Zoboli, si è ripetuto recentemente quello che era già accaduto nel settembre 2017 per Biondi Marcello (vedi §. 7.9): allora, raggiungendolo nella sua tabaccheria a San Marcello Pistoiese, comunicammo all’unico familiare rintracciato fino a quel momento, il nipote Claudio Gualandi, che lo zio non era morto disperso chissà dove, ma era stato fucilato il 20 settembre 1944 al Poligono di tiro di Bologna ed una tomba l’aveva avuta, anzi monumentale, alla Certosa di Bologna.

La stessa comunicazione, stavolta telefonicamente e senza spostarci da casa, l’abbiamo data a gennaio 2019 ad un altro nipote, Paolo Cajumi, figlio di Ines, sorella di Alberto Cajumi, rintracciato grazie all’efficiente e cortese servizio anagrafico comunale di Nonantola, che ci ha segnalato il suo riferimento.

Tra le vittime della stessa fucilazione di Biondi Marcello avvenuta il 20 settembre 1944, ci furono infatti anche due giovani, entrambi nativi di Nonantola, cugini tra loro perché figli di due sorelle: Cajumi Alberto e Zoboli Rolando, considerati ancora “dispersi” all’inizio del 2019 nel loro paese in provincia di Modena, seppur -come scrisse Ilva Vaccari nel suo testo (1)- “dispersi nelle carceri di Bologna”.

A distanza di 74 anni, anche questa famiglia (nel frattempo infatti – a quel che ci risulta- sono rimasti solo discendenti di Alberto Cajumi) non aveva ancora saputo quale sorte fosse toccata ai loro congiunti.

Anche qui ci fu una sorella che non smise di cercare il fratello e di interrogarsi sulla sua scomparsa  senza rassegnarsi, come accade del resto per tutti coloro che perdono una persona amata, senza ritrovarne più le spoglie. E che non ha fatto in tempo a scoprire cosa fosse avvenuto davvero: la sorella di Alberto, Ines, è morta infatti nel 2012, come ci ha raccontato il figlio Paolo.

E come i familiari, nemmeno l’ANPI Nonantola aveva potuto chiarire esattamente che fine avessero fatto questi due giovani. Dunque, pur in presenza di identità precise (vedremo tuttavia che per Cajumi, hanno avuto un ruolo scritture anagrafiche approssimative e/o errate), a distanza di relativamente pochi Km, nella stessa regione, tra province contigue, non fu possibile nell’immediato dopoguerra ricostruire i fatti che li videro coinvolti e le circostanze che impedirono il loro “ritorno a casa”, mentre a distanza di 70 anni e più l’accesso a materiali d’archivio finora preclusi (le matricole del carcere) ha permesso di dare risposte certe.

Grazie alle nostre ricerche, ai ricordi familiari ed alla collaborazione di ANPI Nonantola, in particolare di Pamela Tavernari, che Ornella Bonacina ha messo in contatto con noi e che ci ha procurato pubblicazioni utili a ricostruire le vicende legate alla partecipazione alla Resistenza dei due partigiani nonantolani, abbiamo cercato di ricostruire la loro storia personale fino all’epilogo.

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