La fucilazione del 18 novembre 1944

Nel novembre del ’44, in un contesto cittadino profondamente cambiato sul piano politico, istituzionale e dell’ordine pubblico, avviene una delle fucilazioni più sanguinose e difficili da ricostruire, tra tutte quelle che hanno segnato la stagione delle violenze nazifasciste nella nostra città, preludio alle fucilazioni di massa che tra il  dicembre del ‘44 e la primavera del ’45 porteranno al patibolo tanti giovani partigiani e rastrellati sui calanchi bolognesi a Paderno e nelle fosse comuni di San Ruffillo, in una specie di “soluzione finale “perseguita contro i “banditen” dai fascisti più radicali ma soprattutto dai Nazisti, prima di abbandonare definitivamente Bologna al controllo delle forze della Liberazione.

Innanzitutto le vittime coinvolte sarebbero state in totale addirittura ventidue (noi ne conosciamo solo una ventina), elencate in un manifesto, oggi andato perduto, del tipo di quelle “Bekanntmakungen”/Avvisi di cui abbiamo già visto esempi in occasione di altre fucilazioni, che sarebbe stato diffuso in città verso fine novembre, almeno stando alle testimonianze di alcuni parenti delle vittime e a qualche edizione di fogli clandestini (1). Tuttavia questo manifesto sparì rapidamente dalla circolazione, mentre sul Resto del Carlino non venne data alcuna notizia dell’esecuzione. Analogo avviso, affisso successivamente sui muri della città, darà poi notizia di un’altra fucilazione simile, del dicembre ’44, che sarà la prima di massa a non avere come teatro il Poligono di tiro di via Agucchi. Da quel momento calerà il silenzio sulle esecuzioni, che invece si intensificheranno, in un inesorabile, progressivo svuotamento delle carceri cittadine, investite ad ondate dal prelevamento di uomini, falsamente fatti risultare rilasciati o trasferiti altrove, portati invece davanti al plotone di esecuzione in luoghi defilati e nascosti, per essere eliminati sistematicamente.

La perdita o la scomparsa degli avvisi pubblici che ne attestavano l’effettuazione, il momento storico in cui si svolse, concitato e di transizione, hanno reso particolarmente ardua la ricostruzione di questa fucilazione nelle sue reali proporzioni (quantità effettiva ed identità delle vittime), nelle sua configurazione complessiva, oltre che nelle modalità di attuazione. Inoltre rappresenta una questione da chiarire a chi attribuire la evidente volontà di occultarla e di tagliar fuori famiglie e società civile dalla conoscenza del fatto, della sua entità e della reale sorte toccata a tutte le vittime, molte delle quali fatte credere a lungo deportate al lavoro coatto in Germania, se e quando pure erano stati fatti stampare e diffondere i manifesti che intendevano invece renderla nota alla cittadinanza. Perciò l’esecuzione è stata a lungo misconosciuta e denegata (ed ancor oggi in diverse fonti risulta non attestata).

Tra le incertezze connesse alla sua ricostruzione, vi è il fatto che in quello stesso giorno risultano giustiziati al Poligono di Tiro sia detenuti provenienti da san Giovanni in Monte, sia partigiani che non figurano immatricolati nel carcere cittadino (perlomeno con la loro vera identità) e che furono prelevati da altri presidi nazifascisti. A tutt’oggi non siamo in grado di dire se gli uni furono fucilati insieme agli altri, oppure separatamente, benché sicuramente nello stesso giorno e luogo.

L’ esecuzione fu spietata, senza più alcun rispetto del benché minimo principio di legalità o umanità nella scelta delle vittime, che comprendono perlopiù giovani e giovanissimi: in un’epoca in cui la maggiore età era fissata a 21 anni, almeno sei tra i fucilati non li avevano ancora compiuti, inoltre l’età media delle vittime, tra le quali era compreso un anziano parroco di 73 anni, toccava appena i 26 anni. Si trattava prevalentemente della nuova generazione di partigiani, entrata nella Resistenza proprio negli ultimi anni della guerra: ragazzi che, a differenza degli “anziani” antifascisti, quasi mai erano già stati schedati dalla Questura.

E’ comunque in questo momento,  tra la fine di novembre e il dicembre ’44, che pare gradualmente affermarsi, a dispetto di forze e volontà contrastanti,  una nuova e più efferata strategia nel decidere il destino di tanti, ormai affrancata da qualsiasi considerazione delle convenzioni internazionali o dei diritti umani, esattamente come era già avvenuto nell’estate per le stragi perpetrate dall’esercito tedesco sulle colline tosco-emiliane, a Sant’Anna di Stazzema, a Vinca, a Marzabotto, ecc., in coincidenza con il turn-over degli ufficiali alla guida della Polizia di Sicurezza e Servizio di Sicurezza tedeschi di Bologna, di cui faceva parte anche la Gestapo locale, allorchè al capitano Julius Wilbertz subentrò il cap. Hugo Gold ed il ten. Herbert Bieber fu sostituito da Karl Weissmann. La ripetitività delle fucilazioni passate sotto silenzio non appare casuale, ma frutto di una scelta precisa, realizzata dai nazisti con brutale determinazione, proprio mentre invece si avviavano ripetuti abboccamenti di Frido Von Senger, comandante generale delle forze militari germaniche, con gli elementi più moderati del CLN cittadino a San Martino di Bentivoglio per assicurare un ritiro “facile” delle truppe tedesche dalla città, in modo da salvare la pelle al maggior numero dei loro, in cambio della salvaguardia dei beni monumentali di Bologna.

Il generale Fridolin von Senger und Etterling.
Il generale Fridolin von Senger und Etterling.Wikipedia.

 

< Vai al capitolo precedente

Leggi il paragrafo successivo >

 

Note

(1)1a.Vedi la testimonianza della moglie di Giuseppe Rimondi, sig.ra Lina Frazzoni, raccolta da Armando Sarti in “Il Poligono di tiro di Bologna – una orrenda strage durata venti mesi..” in  : www.comunitaebraicabologna.it

    1b.Vedi inoltre pag. 576 La Resistenza a Bologna. Vol. II la riproduzione del n. 1, anno II –gennaio 1945- del periodico comunista clandestino “La Lotta”, sotto il titolo “I nostri caduti”.

 

Chiudi il menu