Alberto Cajumi

Figlio di Demo e di Zoboli Carolina, Alberto Cajumi nacque a Nonantola l’8 ottobre 1917. Come per tanti ragazzi del suo tempo, le condizioni della sua famiglia, di estrazione popolare, gli consentirono di frequentare la scuola fino alla 5ª elementare, poi gli studi furono interrotti e iniziò il lavoro. Diverse biografie che lo riguardano gli attribuiscono professioni differenti: facchino (1), operaio (2); sulla matricola d’ingresso del carcere bolognese di San Giovanni in Monte, che fu la sua ultima tappa prima del plotone di esecuzione, alla voce “professione”, sta scritto infine meccanico.

Alberto Cajumi
Alberto Cajumi-Anpi Modena

 

Le esperienze di vita e di lavoro di questo giovane, infatti, furono molteplici e differenziate e sicuramente alcune di esse rappresentarono delle importanti occasioni e tappe della sua maturazione e crescita personale.

A partire da quella effettuata quando aveva all’incirca vent’anni a Valdagno, in provincia di Vicenza, dove egli dichiarò di avere la residenza al momento della chiamata di leva, nell’ottobre del ’37, come risulta nella sua matricola militare. Al momento della chiamata del distretto, infatti, egli affermò di vivere a “Valdagno, A.C. Marzotto” (dove per “A.C.” si deve intendere ‘Associazione Calcio’) e di svolgere la professione di operaio tessile.

Alberto Cajumi
Il frontespizio della matricola militare di Alberto Cajumi-Archivio di Stato di Modena

 

7.11.2. La “città sociale” di Valdagno.

I due nomi, Valdagno e Marzotto, saldamente intrecciati, rimandano ad un contesto territoriale e produttivo che negli anni ’30, nella nostra penisola, dette vita ad una realtà dal carattere fortemente innovativo, benchè anche in Italia non privo di esempi precedenti, addirittura ottocenteschi, riconducibili all’ ambito delle iniziative di paternalistico filantropismo padronale, come i villaggi industriali e le fabbriche-città già sorte a Schio, Collegno, ecc.

Alberto Cajumi
Particolare della prima pagina della matricola militare di Alberto Cajumi-Archivio di Stato di Modena

 

In un piccolo borgo rurale del vicentino, Valdagno appunto, nacque infatti nel 1836 il Lanificio Luigi Marzotto & Figli, una piccola attività di  famiglia che impiegava solo 12 operai, che, passata nel 1842 in mano a Gaetano Marzotto Sr, quindi nel 1910 al figlio Vittorio Emanuele, continuò ad ampliarsi sia nel numero di impianti, sia di addetti, ed a crescere sia in qualità e modernità delle soluzioni tecniche, sia nella filosofia produttiva alla base dello spirito aziendale, nel contempo trainando lo sviluppo e l’ emancipazione anche del paese attorno a sè.

Negli anni ’20 del ‘900 poi, Gaetano Marzotto junior, subentrato al padre Vittorio Emanuele nel 1922, dopo aver comprato dai familiari tutte le varie parti della fabbrica, avviò un grande rinnovamento degli impianti produttivi ispirandosi ai principi del fordismo ed attuò una piena meccanizzazione e razionalizzazione del lavoro in fabbrica, determinando un’ulteriore espansione dell’azienda, che passò da 1200 dipendenti a 3500 nel 1931, moltiplicando la produzione di filati e tessuti e portando la Marzotto a diventare una grande industria, all’interno di un mercato non più solo nazionale, ma internazionale e determinando la definitiva trasformazione di Valdagno da insediamento periferico a realtà urbana in espansione.

Proprio negli anni compresi tra il 1927 ed il’37 –quelli in cui visse lì Alberto Cajumi- Gaetano Marzotto dette vita ad uno degli esperimenti aziendali e sociali più innovativi ed avanzati del panorama imprenditoriale italiano, avviando la realizzazione della cosiddetta Città Sociale o Città dell’Armonia di Valdagno, un progetto insieme urbanistico, industriale, sociale, politico.

Convinto che i conflitti di fabbrica potevano essere affrontati e risolti se si assicuravano anche agli operai condizioni di esistenza migliori, Gaetano Marzotto jr intervenne sui problemi principali alla base delle tensioni sindacali, individuati in paghe basse, case malsane, totale assenza di servizi sociali, sportivi, ricreativi e culturali per i salariati, disordine e inefficienza nella struttura urbanistica.

Alberto Cajumi
Francesco Bonfanti, Planimetria della Città Sociale, Valdagno (Vi), 1930

 

Così, durante la fase di maggiore espansione dell’industria laniera valdagnese, sulla sponda destra del fiume Agno, in una ampia porzione di territorio a ciò destinato, iniziò a sorgere una città nella città, che -come dice il nome ‘città sociale’ o ‘dell’armonia’– si propose come obiettivo principale la armonia sociale degli abitanti. A progettarla e ad attuarla concretamente, fu chiamato l’architetto Francesco Bonfanti, che realizzò accanto a case e servizi per i lavoratori, anche istituzioni sociali come Poliambulatori, una Maternità, l’Asilo, il Dopolavoro, il Teatro, le Piscine. Nell’attendere ai bisogni materiali dei lavoratori, si costruirono anche centri culturali, sportivi, ricreativi ed educativi, tesi a determinare e guidare l’educazione morale e culturale dei lavoratori.

Sul modello del villaggio-fabbrica di Crespi d’Adda, del villaggio operaio di Schio o del villaggio Leumann di Collegno (To) o degli altri insediamenti operai nati dalla volontà di illuminati capitani d’industria che imitarono i Crespi, i Rossi e i Leumann appunto, la città sociale riflette poi anche nelle chiare distinzioni all’interno della distribuzione e destinazione d’uso delle sue architetture un preciso ordine e una gerarchia, che divengono messaggio e orientamento politico.

Alberto Cajumi
Francesco Bonfanti, Abitazioni per gli operai, Valdagno (Vi)

 

La città si sviluppa su una struttura viaria ordinata e razionale, ad assi ortogonali, parallela al fiume, vicino al quale si allunga un viale alberato, per oltre un chilometro. Le circa mille abitazioni, fra case e appartamenti, sono differenziate per tipologia: case d’appartamento in edifici a corte o isolati, case a schiera, ville unifamiliari, complessi polifunzionali, a seconda che fossero destinati a figure gerarchicamente diverse nell’ambito dell’organigramma aziendale, a suggerire e cementare un ordine sociale/aziendale definito, ma assicurando dignità di trattamento e risposta ai bisogni essenziali dei lavoratori. “La Nuova Valdagno era la città-macchina, l’utopia urbana del Moderno, in cui ogni cittadino lavoratore, pienamente inserito nel processo produttivo industriale, poteva godere del verde e delle attività ricreative, della casa individuale e della salute, elargite dal padrone per il suo benessere”(3). Da qualcuno fu considerato “forse il più importante complesso di opere assistenziali italiano“.

7.10.3. L’A.C. Valdagno.

Tra le iniziative ricreativo-sportive che nacquero all’interno del progetto “Città sociale” vi fu anche una società calcistica, propriamente l’ “A.C. Nuova Valdagno -Dopolavoro Aziendale Marzotto”. Il calcio anzi fu una delle prime attività sportive a nascere a Valdagno, già presente fin dal 1926,  col  nome di Dopolavoro Aziendale Marzotto (DAM) Valdagno e fu creata anche nel quadro della collaborazione e confluenza di intenti tra la politica aziendale della Marzotto e la OND, acronimo che sta per Opera Nazionale del Dopolavoro, l’ associazione istituita il 1º maggio 1925 per volontà del regime fascista, alle dirette dipendenze di Mussolini, col compito di occuparsi del tempo libero dei lavoratori.

L’A.C. Valdagno partecipò ai campionati regionali fino al 1935, anno della prima promozione in Serie C, dove continuò a militare fino a dopo la guerra, nel 1946, quando assunse il nome di  Associazione Calcio Marzotto. Fu però negli anni ’50 e ’60 che ebbe il suo momento di maggior popolarità, quando per dieci stagioni consecutive partecipò al campionato di Serie B, ancora con il nome di A.C. Marzotto.

Nella rosa ufficiale del Dopolavoro Aziendale Marzotto della stagione 1937-1938 (4) compare un Umberto Cajumi, che riteniamo debba essere identificato nel nostro Alberto Cajumi, in una delle tante storpiature delle sue generalità che abbiamo rilevato, del resto in un’epoca in cui tutti i documenti erano scritti a mano, non sempre in modo univocamente leggibile.

Non sappiamo come Alberto Cajumi sia arrivato a Valdagno: se assunto come operaio tessile, abbia poi ottenuto un posto in squadra per meriti sportivi, oppure invece si sia guadagnato un ingaggio nell’A.C. Marzotto, tramite il quale potè poi assicurarsi anche un inquadramento in azienda come operaio tessile, in una realtà industriale che per le opportunità che dava, era da considerarsi per un giovane di quei tempi invidiabile. In base alla testimonianza del nipote, propendiamo per la seconda ipotesi. Fatto sta che Alberto Cajumi potè sperimentare in prima persona la vita in un’azienda, in cui era praticato uno dei primi welfare italiani, aprendosi a prospettive sociali e ad aspettative decisamente più avanti della media nazionale, rafforzando il proprio senso della dignità di ogni singola persona e la convinzione del diritto di ognuno al rispetto.

7.10.4. Il servizio militare.

Ma allo scadere della stagione ’37-’38 Alberto Cajumi fu chiamato alle armi e quella che avrebbe potuto essere una momentanea interruzione in un percorso personale già ben avviato e carico di attese, si trasformò invece in oltre cinque anni di vita militare durissima.

Egli giunse l’8 giugno 1938 presso il Deposito Misto G. a F. (Guardia alla frontiera) di Cuneo e fu aggregato per l’addestramento al 34° Reggimento di Fanteria. In breve lasso di tempo, tra il 1° agosto e il 1° settembre ’38 sarà nominato prima soldato scelto poi, un mese dopo, caporale. Poco più di un anno dopo cominciarono i guai.

Il 30 agosto ’39 fu contemporaneamente arrestato e denunciato al Tribunale Militare di Torino per i reati di disobbedienza e insubordinazione, per i quali fu condannato il 16 novembre ’39, dopo che già dal carcere militare di Torino era stato trasferito al carcere di Gaeta il 18 settembre ’39. Da lì fu in seguito inviato il 3 febbraio del ’40 nel reclusorio di Pizzighettone. Le testimonianze familiari, nei ricordi del nipote, spiegano che le sue vicissitudini nell’esercito presero avvio dallo scontro con un ufficiale, col quale si mise in urto per aver preso le difese di un commilitone.

Alberto Cajumi
Il carcere militare di Gaeta, ricavato all’interno del medievale castello angioino-aragonese.

 

Ma è un dato di fatto che il carcere militare di Gaeta, da sempre usato dagli ufficiali come spauracchio per i soldati meno inquadrati, era destinato ad ospitare i militari più restii a piegarsi alla disciplina ed all’obbedienza militare a prescindere, così come notoriamente la fama di cui godeva l’altrettanto, se non più, terribile prigione militare di Pizzighettone durante il regime era di essere destinato a punire i soldati che avevano manifestato inclinazioni o convinzioni antifasciste. E’ quindi possibile che in Alberto Cajumi si siano volute punire entrambe le cose, peraltro collegate, a partire da qualche episodio oggettivo che offrì il pretesto.

Entrambe le strutture, ricavate da antiche costruzioni murarie castellate o fortificate, erano famose per le insostenibili condizioni in cui erano costretti a vivere i reclusi, al buio, su tavolacci di legno, per lo più in isolamento, controllati a vista.

Alberto Cajumi
Immagine di Pizzighettone

 

A Pizzighettone rimase fortunatamente solo un mese, fino al 4 marzo del ’40, perché ottenne un’amnistia in data 24-2-’40 che lo ricollocò dalla stessa data nel 5° Reggimento Fanteria.

Alberto Cajumi
Gli interni del reclusorio di Pizzighettone

 

Si era nell’imminenza della partecipazione al secondo conflitto mondiale, cui l’Italia aderì di lì a poco a fianco della Germania, con la dichiarazione di guerra alla Francia proclamata da Mussolini il 10 giugno 1940 e il giovane di Nonantola  uscì appena in tempo per essere mobilitato il 13 giugno ’40, ancora trattenuto sotto le armi, in applicazione della Circ.40001 del 24-8-’39.

Non passò poco più di un anno che il 25 aprile del ’41 Alberto Cajumi fu denunciato di nuovo, stavolta al Tribunale Militare di Palermo, per essere incorso negli stessi reati, rifiuto di obbedienza e insubordinazione ad ufficiale, stavolta con l’aggravante della recidiva e dello stato di guerra, mentre si trovava di stanza a Trapani in Sicilia, dove al suo 5° Reggimento di Fanteria “Aosta”, XII Corpo d’Armata, era stato affidato il compito di difendere le coste siciliane e le isole Pelagie. Alberto Cajumi rimase in Sicilia, prima nel carcere militare, poi destinato al 6° Reggimento Fanteria ”Aosta”, anch’esso del XII Corpo d’Armata, che come il 5°, rimase a proteggere le coste della Sicilia anche dopo lo sbarco alleato (10 luglio 1943), operativo nei  settori di Nicosia, Capizzi e Troina (tra le province di Enna e Messina), dove si oppose all’avanzata anglo-americana fino all’8 settembre del ’43, quando con l’armistizio tutto il nostro esercito si sbandò.

Dalla testimonianza del nipote, che riporta i ricordi di famiglia e della madre soprattutto, lo zio ritornò avventurosamente a casa travestito da macchinista di treni, sfuggendo fortunosamente ai rastrellamenti nazisti, dopo di che decise di unirsi ai gruppi partigiani della sua zona, assieme al cugino Rolando Zoboli.

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