Le cause della fucilazione del 20 ottobre 1944.

La fucilazione dell’ottobre 1944, che si sia svolta in un tempo solo o frazionata in due momenti diversi a distanza di due giorni 18 e/o 20/10, rimase segreta.

Per quel che ne sappiamo finora, a rendere pubblica la notizia dell’esecuzione non ci furono né avvisi affissi sui muri della città, né comunicati sulla stampa (cioè sul “Carlino”, l’unico quotidiano che continuò ad uscire, dopo l’autosospensione dell’”Avvenire”) e nemmeno, aggiungiamo noi, registrazioni sui documenti anagrafici comunali.

C’è un solo indizio che potrebbe essere collegato con questa fucilazione ed apparve il 20 ottobre su un “Carlino” ridotto a 6 colonne, rispetto alle 9 abituali, da qualche giorno ritornato in edicola dopo il blackout di stampa dovuto al pesante bombardamento di Bologna del 12 ottobre, a seguito del quale aveva dovuto sospendere per quattro giorni la pubblicazione.

Nell’articolo apparso sulla cronaca cittadina, intitolato “Viltà dei fuorilegge. Militi della Brigata Nera proditoriamente aggrediti”, si rendeva conto di un’aggressione avvenuta alle 18 di mercoledì 18/10 in via Santo Stefano, all’altezza di via Remorsella, ai danni di tre legionari della Brigata Nera “E. Facchini” da parte di tre individui che indossavano la divisa della Polizia Ausiliaria, i quali, dopo aver finto di chiedere dei fiammiferi ai militi ed averli ottenuti, si erano allontanati salutando, per poi voltarsi di nuovo rapidamente indietro e scaricare alle spalle delle tre camicie nere dei colpi di mitra. A seguito di ciò uno dei militi, Cavioli Virgilio, aveva perso la vita, un altro, Graziosi Giorgio, era stato ferito gravemente, mentre era rimasto illeso il terzo, Giovanni Eusebi. Il “Carlino” riportava inoltre che alcuni militari tedeschi, presenti in zona, erano subito accorsi in aiuto e avevano potuto prestare soccorso ai feriti, ricoverandoli alla Caserma della BN lì nei pressi, ma non avevano fatto in tempo a catturare i ribelli responsabili, dileguatisi rapidamente dopo l’agguato.

In coda all’articolo si affermava testualmente :“ Sono state adottate misure di giustizia.”

L’articolo del “Carlino” del 20-10-1944.
L’articolo del “Carlino” del 20-10-1944.

 

Per noi valgono le domande : quando, nei confronti di chi e dove furono prese queste misure di giustizia ? L’articolo non aiuta a trovare le risposte.

Possiamo solo supporre che vi sia stato un nesso tra questo episodio e la rappresaglia (o una sua frazione, quella eventuale del 18/10 per esempio, comprendente i soli partigiani catturati a Purocielo rimasti nelle mani delle BBNN), tuttavia se dovessimo concludere che ci sia stata una sola fucilazione avvenuta il 20/10, dato il numero complessivo delle vittime (almeno 18), immaginiamo debba avere avuto una causa più rilevante rispetto a questa, proposta dall’articolo del “Carlino”, che ci sembra più probabile vada ricercata semmai nel secondo e ben più riuscito attacco all’albergo Baglioni, dove -come sappiamo già- risiedevano i capintesta nazisti della città, e che fu attuato nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 1944.

C’è da dire però che fino a quel momento, durante il mese di ottobre, erano accaduti già molti altri avvenimenti, che avevano contribuito ad esacerbare gli animi.

Assieme ai bombardamenti, di cui si è detto, che ebbero come effetto di far vacillare le residue speranze di risollevare le sorti del conflitto da parte nazifascista, altrettanto infausta in questo stesso senso dovette apparire la notizia diffusa il 17 ottobre della morte di Rommel.

10.4.1. La battaglia e l’eccidio di Sabbiuno.

Ma ad accentuare la sete di vendetta e il bisogno di rivalsa delle forze tedesche e repubblicane, oltre a fiaccarne il morale e la resistenza psicologica, erano intervenuti anche altri gravi attentati che avevano mietuto diverse vittime, come quello che portò alla morte a Funo di Argelato il 14 ottobre di sei militi, notizia che venne divulgata il 16 ottobre tramite un comunicato firmato da Pietro Torri, federale e comandante della 23a BN,  pubblicato sul “Resto del Carlino” che tornava in distribuzione  proprio quel giorno dopo i quattro di sospensione dal bombardamento del 12/10.

Accanto al titolo su quattro colonne Un uragano di bombe si abbatte sulla città, che già da solo la dice lunga sugli umori di parte nazifascista, Pietro Torri in un asciutto resoconto dei fatti avvenuti il 14 ottobre, “in un’azione contro i fuori legge” senza ulteriori indicazioni di tempo e luogo, comunicava la morte sul campo del Tenente Guglielmo Filippini, dei legionari Pietro Bianchini, Pietro Porchera, Giulio Stradi, Agostino Tugnoli, appartenenti alla Compagnia d’assalto della BN “E. Facchini”, e del tenente medico Antonio Bellingeri, dilungandosi invece in chiusura con ampio ricorso agli stilemi più usuali della retorica fascista, sulla schiera dei martiri immolatisi per la causa e sul rinserrarsi nei ranghi attorno al loro labaro dei legionari, giuranti vendetta sui corpi dei caduti.

Secondo quanto racconterà più dettagliatamente il quotidiano il giorno dopo, 17/10, durante un rastrellamento effettuato su un’ampia porzione di territorio provinciale, compreso tra Castelmaggiore e Bentivoglio, coincidente con la tenuta Ercolani, iniziato alle 8.30 del mattino di sabato 14 ottobre, mentre le pattuglie di militi si dispiegavano sull’area aperta interessata all’azione antipartigiana, era intercorso uno scambio di colpi tra una delle pattuglie ed individui nascosti in alcuni casolari. Cinque camicie nere erano state colpite a morte e con loro il ten. Medico Bellingeri con la moglie ventenne, Sig.ra Laura Gravano in Bellingeri, i quali –secondo quanto narrava il “Carlino”- nello stesso momento transitavano in motocicletta nella zona. La reazione delle pattuglie aveva portato alla morte nello scontro di sei ribelli, ed alla successiva cattura di altri 29 individui nelle case viciniori, che, avendo “ammessa la loro complicità” con i fuori legge, erano stati immediatamente passati per le armi.

I fatti così ricostruiti dal “Carlino”, nell’epopea partigiana oggi sono conosciuti come la battaglia di Sabbiuno, ingaggiata dai partigiani della 7a Brigata Garibaldi per liberare i compagni prigionieri dei nazi-fascisti in cui cadde il comandante “Romagna” (Franco Franchini), e come l’eccidio di Sabbiuno, in località Biscia, che culminò nella fucilazione sommaria di circa 35 vittime, in parte legate al movimento resistenziale, in parte civili, con contorno di ruberie, incendi e distruzioni di alcune case coloniche della zona.

Lo stesso avvenimento fu raccontato da altre due fonti che rappresentano due ben diversi punti di vista, il primo nel rapporto operativo dell’azione militare svolta dal distaccamento della 7a GAP, che dice: « Il mattino del 14 c.m. alle ore 8 circa, la staffetta del distaccamento informava che guardie della brigata nera eseguivano un rastrellamento nella zona di Castel Maggiore e precisamente nella casa del colono Guernelli, di proprietà Callisti, dove detenevano già prigionieri: il responsabile provinciale dei S.A.P., l’intendente Talvanne, il responsabile Gianni V. Comandante dei S.A.P., la signora Sandra e vari altri compagni. Fu stabilito dal comandante « Romagna» di attaccare il gruppo della brigata nera. L’azione si svolse nelle seguenti circostanze: si dispose di avanzare con gli uomini in linea di fronte e giunti a circa 50 metri dal nemico fu dato ordine di aprire il fuoco. I militi della brigata nera colti di sorpresa, venivano quasi annientati con la prima scarica, nel contempo, uno dei nemici ferito sparava vari colpi di pistola contro il comandante Romagna ferendolo mortalmente. L’azione pertanto proseguiva eliminando totalmente i resti dei nemici che si trovavano all’esterno dei caseggiati e, sarebbero stati annientati pure quelli dell’interno, se non fossero sopraggiunti rinforzi che obbligavano il Distaccamento allo sganciamento, dopo aver liberato tutti i prigionieri sopraelencati ».(1)e(2).

Il secondo si trova nel “Rapporto al Comitato Federale del P.C. sullo scontro di Sabbiuno “ :

«Relazione sui fatti di Castel Maggiore. Sabato 14 u.s. verso le 8 vari camion di brigate nere circondavano il paese ed iniziavano un’azione di polizia perquisendo le case coloniche circostanti il paese. In una casa colonica sulla via Saliceto venivano fermati due compagni e rinchiusi nella stalla sorvegliata da elementi armati. Veniva avvisato il locale distaccamento GAP che interveniva per liberare i compagni. Attorno al cascinale si accendeva la battaglia: uno dei compagni arrestati riusciva a fuggire, mentre l’altro rimaneva ferito. Nella mischia, 35 poco più o poco meno, fascisti, rimanevano uccisi; da parte nostra cadevano 3 gappisti, fra cui il comandante del distaccamento. Per rappresaglia le brigate nere accorse a rinforzare i primi malconci, fermavano i primi capitatigli sotto mano, uomini e donne, per un totale di 35, e li massacravano a raffiche di mitra seppellendoli in una fossa comune a poca distanza dal cascinale ove si è svolto il conflitto. Il suddetto cascinale ed un altro vicino venivano incendiati. I 35 trucidati sono stati tutti dissepolti: vi sono 6 donne e 29 uomini di ogni età; fra essi è anche un compagno che era rimasto ferito nel tentare di fuggire dalla stalla ove era stato rinchiuso. Le SAP lamentano in esso la perdita di uno dei migliori combattenti, del loro vice comandante provinciale; il partito uno dei migliori quadri giovani scaturiti da questa lotta di sangue ». (1) e (2) (p. 169)

Per quanto gravissimi, questi fatti però trovano una loro conclusione in sé stessi, rappresentando in una logica nazifascista l’evento da vendicare e la vendetta attuata, per cui riteniamo che debbano essere compresi nei fatti che hanno concorso ad intensificare il clima di odio e di resa dei conti tra le parti, che tra ottobre e novembre divenne arroventato, ma debbano essere esclusi dal novero delle cause direttamente interessate alla decisione di effettuare un’altra rappresaglia, quella di cui ci occupiamo, del 18-20/10 con fucilazione al Poligono di via Agucchi.

Di conseguenza ci consolidiamo nella convinzione che all’origine della fucilazione al Poligono del 20 ottobre 1944 ci sia il secondo attentato all’Hotel Baglioni.

 

(1) https://www.storiaememoriadibologna.it/files/vecchio_archivio/seconda-        guerra/c/castel_maggiore_43_45.pd

(2) Roberto Fregna Castelmaggiore 1943-’45.Documenti e testimonianze della lotta contro il nazifascismo. Edizioni A.P.E. Bologna, 1974

 

10.4.2. Perché rappresaglia e non esecuzione ?

Riteniamo che la fucilazione del 20 ottobre 1944 al Poligono non sia stata semplicemente l’esito finale della battaglia di Purocielo per alcune considerazioni :

-innanzitutto la prima, più banale ed immediata, se i Nazisti avessero voluto far piazza pulita dei partigiani che li avevano fronteggiati negli scontri di Purocielo, di Ca’ di Malanca, ecc., riteniamo che lo avrebbero fatto seduta stante, al momento della cattura, come in effetti fecero per tanti, a partire dai loro connazionali disertori. Non risparmiarono loro la vita per ottenere informazioni, perché allo scopo e più comodamente avrebbero dovuto/potuto preservare la vita dei prigionieri di lingua tedesca, per quanto livore potessero nutrire nei loro confronti. Invece quel livore trovò sfogo immediato.

Dobbiamo perciò prendere per buona la testimonianza di chi, presente alla canonica della Cavina, parlò di un atto di clemenza dei tedeschi, perché i medici e gli infermieri della 36a Bianconcini si erano presi cura umanamente di alcuni loro feriti.

Ma una volta lasciati i prigionieri all’ospedale di Sant’Eufemia e -ancor più- dopo il trasferimento a Bologna, questo gentle agreement, -diciamo così- patto d’onore, mutando i contraenti, saltò, e i prigionieri affidati ad altri carcerieri ridivennero banditi, terroristi, a maggior ragione se separati e collocati in presidi territoriali diversi;

-la seconda considerazione riguarda il carattere “misto” dei fucilati che furono prelevati a san Giovanni in Monte, che comprese in stragrande maggioranza combattenti di Purocielo, ma anche un ‘estraneo’, Ricci Egisto, cui si aggiunse Nicotera Alfonso, proveniente probabilmente dalla sede delle SS di via Santa Chiara, fucilato anch’esso sicuramente il 20/10, il che fa pensare all’esigenza di “fare numero” e quindi rimanda alla logica della rappresaglia, dato che fatichiamo a pensare che al Poligono nello stesso giorno siano stati fucilati separatamente il gruppo numeroso del carcere e in un momento diverso l’agente di polizia, passato alla 7a GAP;

-infine, proprio la vicenda di Nicotera sembra evocare i collegamenti con il secondo attentato all’Hotel Baglioni del 18-10-‘44. Come evidenzia Toni Rovatti nella scheda “Poligono di tiro 20-10-1944-2”, dedicata alla fucilazione di Nicotera, pubblicata sul sito www.straginazifasciste.it, negli atti processuali della CAS di Bologna che avevamo visto anche noi, la deposizione resa dal piantone di servizio presso la sede SS di via Santa Chiara, Giuseppe Gervasi, sequestrato dai partigiani per ottenere informazioni poi fuggito buttandosi dal quarto piano, che decreterà la condanna a morte di Nicotera, da lui notato nella base partigiana in cui era stato imprigionato, fa cenno ai preparativi per l’assalto partigiano al Baglioni.

10.4.2. Il secondo attentato all’Hotel Baglioni.

Del secondo attentato all’albergo Baglioni non trapelò la benchè minima notizia sulla stampa, parallelamente a quanto accadde per la fucilazione di rappresaglia, di cui abbiamo già detto. L’attentato ebbe modalità simili, ma non identiche al primo, soprattutto a differenza del primo provocò un ingente e visibilissimo crollo della facciata del palazzo, antistante la cattedrale di San Pietro, sulla centralissima via Indipendenza, con danni talmente estesi da costringere il comando tedesco da quel momento a spostare stabilmente la sua sede.

Ancora una volta ad organizzare l’impresa fu il distaccamento “Temporale” della 7a brigata Gap Gianni Garibaldi ed ebbe di nuovo come protagonisti Dante Drusiani “Tempesta”, Vincenzo Toffano “Terremoto”, Evaristo Ferretti “Remor” e Nazzareno Gentilucci, “Nerone”, il comandante del distaccamento, ma due altri gappisti ex della “Stella rossa”, Golfiero Magli “Maio”e Dante Palchetti “Lampo”, subentrarono al posto di Giorgio Giovagnoni “Crissa” ed Achille Paganelli “Celere”, impegnati in prima battuta.

Nella notte tra il 17 ed il 18 ottobre ’44, quando era ormai già verso l’una, su un’auto militare che procedette lentamente a fari spenti, i sei partigiani scesero da via Rizzoli verso l’hotel, indossando divise militari naziste e fasciste. Quando videro che la ronda tedesca si allontanava, svoltando nella laterale via Manzoni, entrarono in azione, approfittando dell’oscurità e camminando scalzi, nascondendosi man mano dietro alle colonne del porticato finchè raggiunsero il portone del Baglioni,  collocarono la cassa con i chili di tritolo all’ingresso, stando molto attenti all’innesco perchè stavolta non si verificassero problemi con la miccia, che infatti esplose rapidamente, mentre i gappisti se la filavano a tutta velocità. L’esplosione fu violentissima e i bagliori riverberarono a giorno per il centro città, mentre tutta la parte antistante dell’edificio si riduceva ad un ammasso di macerie. Non è mai stato possibile conoscere l’esatto numero di morti e feriti, italiani e tedeschi,  provocati dall’attentato, di cui dette notizia anche Radio Londra, encomiando gli attentatori.

Le macerie dell'Hotel Baglioni.
Le macerie dell’Hotel Baglioni.

 

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