Emiliani Marx

Spesso chi ne scrive fa confusione tra nome proprio (Marx) e nome di battaglia (Max), forse perché come nome di battaglia ‘Marx’ sembra più adeguato, a sottolineare una precisa scelta di campo. Invece ‘Marx’ è davvero il nome proprio di questo partigiano faentino ed è in fondo altrettanto significativo che lo sia. Ci dice parecchio, infatti, dell’ambiente in cui il giovane Emiliani nacque e crebbe, tra lavoratori romagnoli di umile condizione che nel 1920, quando lui vide la luce il 22 settembre, a pochi anni dalla settimana rossa che aveva infiammato le Romagne, mantenevano tenacemente fede alla prospettiva di riscatto sociale e all’obiettivo politico rivoluzionario da perseguire, indicato dal socialismo internazionalista che si richiamava alla figura di Karl Marx.

Figlio di Serafino e Orsola della Croce, la vita di Marx Emiliani si compì nell’arco breve di soli 23 anni, durante i quali visse a Faenza (sul suo foglio matricolare del Distretto militare la residenza è indicata in via Bondiolo 25), frequentò le scuole elementari fino alla 5a, poi iniziò a lavorare: le varie biografie ci dicono che fu muratore, meccanico, autista dei vigili del fuoco.

Chiamato alla leva nemmeno diciannovenne, nel febbraio 1939, fu posto in congedo illimitato dal 15 febbraio dello stesso anno. Richiamato alle armi il 6 aprile 1940, fu riformato in base all’art. 15 E.A dopo aver sostenuto una visita all’Ospedale militare di Ravenna, che gli riscontrò una forma cronica ed estesa di ittiosi deturpante cronica, una malattia della pelle che in tutto il corpo provoca secchezza e desquamazione e può avere gravi effetti invalidanti. Rivisitato ai sensi dell’art. 83 della circ. 104 G.M. 1943, il 23 aprile 1943 venne riconfermata la decisione già presa di riformarlo, poi protocollata al n. 2568 dall’Ufficio Leva della Prov. di Ravenna l’11 giugno 1943, a causa della persistenza delle condizioni patologiche già diagnosticate. Solo a guerra finita, e ben dopo la sua morte, il 4-4-1951, fu “ripristinato” nei ruoli dell’esercito perché gli venne riconosciuto ufficialmente di aver fatto parte dall’ 1-10-’43 al 30-12-43 della formazione partigiana SAP della zona di Ravenna, con la qualifica di ‘partigiano combattente’.

Il foglio matricola di Marx Emiliani del distretto Militare di Ravenna, oggi conservato all’Archivio di Stato di Cesena.

 

Sul foglio matricolare non risultano indicazioni di un suo lavoro all’estero, in Germania, come operaio né prima, né durante la guerra, come invece ci riporta la testimonianza di Gino Monti (1), che aveva giustificato con quella esperienza fuori Italia il suo sapersi camuffare ed esprimere da tedesco nel corso di diverse azioni partigiane a cui partecipò. Su questo dato perciò solleviamo qualche dubbio, senza escluderne del tutto la veridicità, ma ancora una volta rileviamo la problematicità dell’accettazione tout-court delle testimonianze, senza altri riscontri di appoggio, dal momento che- pur in buona fede- il rischio è di attestare sentito dire o autentici fraintendimenti, da cui le ricostruzioni storiche devono sapersi affrancare. E’ il caso di altre due fonti, una cronachistica (2) e l’altra biografica (3), che, ricordando la vicenda della staffetta Annunziata Verità, allora fidanzata di Marx Emiliani, ha riportato che il partigiano faentino fu disertore, probabilmente facendo confusione tra i dati biografici di Marx Emiliani e quelli di Amerigo Donatini, che disertore fu realmente.

Dalla testimonianza di Gino Monti (1) e Pietro Fagnocchi (4), sopravvissuto al campo di concentramento di Triebel, sappiamo che il gruppo antifascista da cui origineranno la “banda La Scansi” e la “banda del camion fantasma”  si formò intorno al 10/15 settembre ’43 alle Case Grandi di Faenza, dove alcuni antifascisti avevano cominciato ad accumulare il materiale bellico recuperato dalle caserme abbandonate dai militari italiani. Tra i primi “reclutatori” e a prendere l’iniziativa, ci furono proprio Marx Emiliani e Silvio Corbari (vedi testimonianza di Annunziata Verità (3)). E’ da rimarcare che per Marx dunque, non c’era una necessità personale di darsi alla latitanza dopo l’8 settembre, dato che era stato riformato, ma c’era una precisa volontà di rivolta e un risoluto e personale proposito politico. All’inizio la banda non aveva dei comandanti veri e propri, né un ordinamento gerarchico definito, ma il punto di riferimento per tutti fu Gino Monti per il suo passato antifascista. Per una decina di giorni il gruppo si trasferì sulle colline del Samoggia, assieme ad ufficiali alleati evasi dai campi di concentramento, che poi presero la strada del sud per riconfluire nelle loro armate, ed alcuni jugoslavi, che invece rimasero coi partigiani. Dal Samoggia, risalirono sui crinali dell’Appennino, fino a Rocca San Casciano, dove assalirono le locali carceri e liberarono i detenuti politici, tra cui Ugo Argnani, che si unì a loro, e dove durante un’azione contro una pattuglia tedesca, si impossessarono di un autocarro, che divenne il “camion fantasma” delle azioni organizzate da Marx Emiliani assieme a Dino Ciani, Amerigo Donatini e Matteo Molignoni, oltre che Corbari.

Nella notte tra il 3 e 4 novembre 1943 avvenne l’azione cui partecipò Marx Emiliani, a Villa Fontana di Medicina, in casa del prof. Aldo Avoni, durante la quale Marx rimase ferito seriamente all’addome nello scontro con le forze dell’ordine, che abbiamo già descritto, in cui rimasero uccisi due carabinieri, il Maresciallo Roggero e il vicebrigadiere Sanna, Dante Donati, nipote dell’Avoni, e un gerarca fascista locale, Armando Bosi. I partigiani fuggirono, raggiunsero Ozzano, dove Marx fu medicato dal Dott. Francesco Vincenzi, poi cercarono rifugio disperdendosi. Marx trovò in seguito riparo in casa della madre, ma ci fu la convinzione che una spiata avesse denunciato la sua presenza nell’abitazione familiare, poichè poi egli fu arrestato.

Se invece diamo credito alla ricerca di Luciano Trerè, dobbiamo piuttosto ritenere che il suo ricovero nella clinica faentina Stacchini ed il suo trasferimento nella casa della madre Orsola della Croce abbiano spinto alle indagini ed alla sorveglianza le autorità, decidendo per il suo arresto quando fu chiaro che non sarebbe stato possibile individuare altri implicati nei fatti. Rimangono alcuni dubbi sulle date precise ed occorrerebbe ancora qualche verifica documentaria, ma la sostanza dei fatti in questo modo sarebbe in gran parte chiarita.

Prima giudicato innocente in sede civile, poi condannato a morte dal Tribunale Speciale, Marx fu giustiziato insieme all’amico Amerigo Donatini al Poligono di tiro il 30 dicembre 1943 e un avviso pubblico recò notizia alla popolazione dell’esecuzione. La madre, Orsola della Croce, dopo la fine del conflitto, si battè a lungo per ottenere giustizia e denunciare coloro che avevano contribuito alla cattura, alla condanna  ed alla esecuzione del figlio, per cui vennero effettuati una serie di processi presso la C.A.S. (Corte d’Assise Straordinaria) di Bologna-vedi scheda di Toni Rovatti, Poligono di tiro 30 dicembre 1943 in http://www.straginazifasciste.it

Oltre ad essere riconosciuto ‘partigiano combattente’ dalla apposita commissione regionale, a Marx Emiliani fu assegnata nel dopoguerra anche la Medaglia d’argento al valor militare alla memoria.

 

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(1) Gino Monti in vol. III de La Resistenza a Bologna Testimonianze e documenti( già cit.), pag. 554

(2) https://www.sabatosera.it/2019/05/06/la-storia-di-annunziata-verita-la-staffetta-partigiana-che-nel-1944-sopravvisse-alla-fucilazione/

(3) Claudio Visani La ragazza ribelle edizioni Carta Bianca

(4) Da Politica e società a Faenza tra ‘800 e ‘900, pp. 399-401, riportato in https://docplayer.it/26732843-Lapide-dei-caduti-nella-lotta-contro-il-fascismo-e-nella-lotta-partigiana-dal-1922-al-1944-repertorio-biografico.html

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