I fatti di Medicina.

L’episodio che portò all’arresto, al processo e alla condanna a morte di Emiliani e Donatini avvenne nella tarda serata del 3 novembre 1943 a Villa Fontana di Medicina (prov. di Bologna), nei pressi della Gaiana, in casa del Prof. Aldo Avoni, commissario prefettizio di Medicina, che in quel momento non sarebbe stato presente nel suo domicilio, stando a quel che attestò il Carlino dell’8 agosto del 1944 (1). Le versioni su quanto successe differiscono assai profondamente a seconda delle parti in causa.

La versione ufficiale è quella che riportarono a distanza di giorni i quotidiani cittadini, “Carlino” ed ”Avvenire”, del 9 novembre 1943: a seguito di un’irruzione violenta in casa Avoni da parte di alcuni individui (indicati in circa otto), che si erano in un primo momento spacciati per fascisti, messi sull’avviso erano intervenuti Armando Bosi, triumviro della reggenza del Fascio Repubblicano di Medicina, il maresciallo dei Carabinieri Giuseppe Roberto Roggero, il brigadiere Sebastiano Sanna e Dante Donati, nipote del Prof. Avoni, abitualmente residente a Bologna, all’epoca però sfollato a Medicina. Ne nacque un violento scontro a fuoco, dopo che gli intrusi si furono dichiarati comunisti, in cui rimasero uccise le quattro persone nominate in precedenza.

i fatti di medicina
La notizia sul “Carlino” del 9 novembre 1943.

 

necrologio Donati
Il necrologio di Dante Donati, che fu pubblicato sul “Carlino” il 6 novembre 1943, prima della notizia degli avvenimenti collegati alla sua morte.
Il necrologio comparso su “L’Avvenire” del 7-11-’43.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ancora diversa invece la ricostruzione fatta alle pagg. 12-13 del saggio storico “Oneri e onori : le verità militari e politiche della guerra di liberazione in Italia”, edizioni Greco & Greco, Mi 2006, scritto dal nipote del maresciallo dei Carabinieri Giuseppe R. Roggero, Roberto Roggero, che riportiamo più o meno testualmente :” Al n. 92 della via S. Vitale, la strada che da Medicina porta a Bologna, si incontra una tipica ed elegante casa di campagna, all’epoca dei fatti chiamata Villa Avoni.

La sera del 4 novembre ’43, nell’abitazione del Professor Aldo Avoni, noto esponente del fascio di Medicina e Commissario Comunale, arrivano cinque (non otto, dunque, in questa versione) individui vestiti con divise mimetiche utilizzate dai reparti fascisti, i quali, prima di bussare alla porta, tagliano i fili del telefono. Chiedono ospitalità e il padrone di casa (che in questa ricostruzione dei fatti, differentemente da quel che attesta il “Carlino”, sarebbe stato presente nella sua abitazione), visti i loro modi cortesi, li fa entrare. Mentre la moglie offre loro da mangiare, il professore nota diverse incongruenze nelle divise dei cinque e, insospettito, comunica alla ragazza che presta servizio in casa, di andare alla caserma di Medicina per avvertire i Carabinieri.”(…)

La presenza del gruppo in casa Avoni è tutt’altro che casuale perché pare che lo stesso Professor Avoni (ucciso poi nell’agosto del ’44 dal capo del 7° Gap di Medicina, tale Vittorio Gambi (presumibilmente un refuso di stampa, l’errato ‘Gambi’ anziché il corretto ‘Gombi’) detto “Libero”) fosse l’obiettivo di una “esemplare lezione”, ma intanto, la ragazza riesce a incontrare il fidanzato, un ex-carabiniere di leva, a cui confida le preoccupazioni del proprio padrone di casa e raccomanda di raggiungere la caserma di Medicina per avvertire i militari.” Caserma in cui, quella sera, è assente il tenente comandante, sostituito nelle funzioni dal maresciallo Roggero, che decide di recarsi sul posto per accertamenti.

(…) “Con lui alla caserma è presente anche Armando Bosi, maresciallo della Milizia ed ex-membro del triumvirato che dirige il Fascio di Medicina, che chiede al maresciallo il permesso di aggiungersi alla pattuglia in partenza per Villa Avoni. In un primo tempo gli viene negato, sia perché è un civile, sia perché si sarebbe dovuto lasciare a terra un carabiniere, sia perché il Maresciallo Roggero non ha eccessive simpatie per la persona in particolare e per il regime in generale, ma soprattutto perché avrebbe potuto costituire un impaccio in caso estremo. Bosi fa però valere la propria autorità e il maresciallo deve acconsentire.” Quindi sull’auto, guidata da Umberto Sasdelli, altro simpatizzante fascista, salgono il vice-brigadiere Sanna, e il carabiniere Ponzato ( così è indicato in questo testo il nome dell’altro carabiniere ). Alla villa, Ponzato è lasciato fuori di guardia, mentre gli altri fingono una visita occasionale per indurre i cinque ad uscire e portarli in caserma.

(…)Entrato mostrandosi sorpreso, il maresciallo Roggero è subito insospettito. Chiede al professor Avoni chi siano i suoi ospiti e uno di loro risponde che sono tutti “repubblicani dell’ultima (sic !) ora” e che avrebbero intenzione di fermarsi alla villa per la notte. Da parte loro, visti arrivare i carabinieri, i cinque si sentono ormai scoperti e cercano di guadagnare tempo, pronti all’inevitabile. “

Il maresciallo li invita invece in caserma, dove erano disponibili materassi e coperte lasciati dopo l’8 settembre del ’43 da un reparto di Cavalleggeri di Novara, affermando che per loro non era possibile ricoverarsi alla villa per ragioni di sicurezza.

(…)”Dopo una breve discussione i cinque fingono di accettare la proposta e il vice brigadiere Sanna si appresta a raccogliere alcune armi appoggiate al muro per togliere più rapidamente il disturbo ma, a questo punto, la tragedia : Corbari e i suoi compagni fraintendendo il gesto, estraggono mitra e pistole e fanno fuoco.

Il vice-brigadiere Sanna è colpito alle spalle mentre cerca di correre fuori, poi sono colpiti Armando Bosi, Dante Donati, amico della famiglia Avoni che si trovava alla villa, e il maresciallo Roggero, il quale, nel frattempo, aveva estratto la pistola di ordinanza e aperto il fuoco a sua volta. In pochi attimi finisce tutto. All’esterno il carabiniere Ponzato, uditi i colpi, raggiunge la macchina e, con l’autista, riparte velocemente verso Medicina.

Alla caserma si diffonde il panico e, fra tutti, solo il carabiniere Casacci, coraggiosamente, decide di recarsi a villa Avoni” per costatare l’accaduto.

(…) Dopo aver consegnato ad un amico i propri effetti personali, parte con il collega Ponzato e in pochi minuti giunge alla villa. La casa è vuota, all’interno trovano solo i corpi di Sanna, colpito da 25 pallottole, di Bosi e del Maresciallo Roggero, che presenta numerose ferite, un colpo alla fronte, vero colpo di grazia, oltre a un profondo taglio al polso sinistro, inferto con un coltello per sottrarre orologio e anello. Questo breve racconto, vero e documentato, è narrato in modo molto più particolareggiato e approfondito nel libro “16 aprile 1945, una battaglia per Medicina”, riportato nella bibliografia…” (2)

Più romanzata e romanzesca la versione narrativa offerta dallo scrittore Pino Cacucci nella sua raccolta di novelle “Ribelli”, che nel racconto iniziale, intitolato “Silvio, Iris e Adriano”, dedicato prevalentemente a enfatizzare la figura e il ruolo di Silvio Corbari nella Resistenza romagnola, riserva anch’egli a Corbari una partecipazione ai fatti di Medicina, mai attestata da altri partigiani coinvolti o al corrente dei fatti (per quel che vale) e così narra queste vicende, dopo un excursus che ripercorre le imprese del “camion fantasma” : “Tornati in Romagna con il “camion fantasma” ormai ridotto ad un ammasso di ferraglia, Corbari venne avvisato che alcuni gerarchi faentini di stanza a Medicina, famosi per le crudeli bravate contro la popolazione locale, erano a cena nella sontuosa dimora di un notabile della zona, in località Villa Fontana, nel bolognese. Decise di sfruttare ancora le divise fasciste, e partì subito con pochi compagni. Lungo il tragitto, già che c’era si fermò nella caserma dei carabinieri di Conselice, disarmandoli e raccomandando loro di autocongedarsi. Giunto alla villa, salutò gli ospiti, spacciandosi per un fascista alle dipendenze del colonnello faentino Albonetti. Ma Corbari era ormai troppo conosciuto, di lui si parlava ovunque, e uno dei presenti lo riconobbe. Si scatenò una sparatoria. Rimasero uccisi il triumviro del fascio, un miliziano, un maresciallo e un brigadiere dei carabinieri. Ma anche due partigiani erano feriti, così Corbari decise di proseguire per Bologna, dove un medico amico loro prestò le prime cure. Quindi raggiunsero Faenza.”

Gli unici fatti certi sono che un gruppo partigiano, di cui facevano parte sicuramente Emiliani e Donatini, si trovò a Villafontana di Medicina verso le ore 23  del 3 novembre 1943 in casa di Aldo Avoni, venne impegnato in uno scontro a fuoco coi carabinieri della locale stazione di sicurezza ed ebbe la meglio sugli avversari, lasciando sul campo tre di loro, un quarto agonizzante, Dante Donati, che forse morì il giorno successivo, 5 novembre, mentre tra i partigiani furono feriti in due : sicuramente Marx Emiliani colpito all’addome, il più grave, Dino Ciani o Amerigo Donatini (3) più lievemente. I partigiani riuscirono comunque a fuggire, Marx Emiliani fu portato dapprima in casa del dott. Francesco Vincenzi ad Ozzano, per una medicazione d’urgenza, poi riparò a casa della madre, Orsola della Croce, a Faenza; Donatini, solo o con altri, invece scappò verso la Toscana, dove fu poi arrestato più tardi, forse il 22 dicembre, nei pressi di Marradi (prov. di Firenze), mentre alcuni altri, che avevano preso parte all’azione –di numero imprecisato –   tutti faentini, si nascosero in zona. Sulla presenza o meno di Corbari, stante le dichiarazioni così divergenti, fin qui possiamo solo riportare le diverse testimonianze : sì per Roggero e Cacucci, un “non dichiarato” per Sauro Ballardini, Gino Monti e Annunziata Verità, tra coloro che hanno rilasciato testimonianze su questi fatti.

Sappiamo che la cattura di Marx Emiliani, forse a seguito di una delazione, avvenne nel corso di un’operazione alla quale partecipò anche Raffaele Raffaeli, un gerarca fascista del faentino, di cui parliamo più avanti in relazione ad un altro episodio, al §. 11.7.3.

i fatti di medicina
La notizia sull’ “Avvenire” del 9-11-‘43

 

Alcune fonti ritengono probabile che l’arresto sia avvenuto quando Emiliani era ancora nell’abitazione materna, intorno al 14 dicembre, e che solo in seguito sia stato trasportato all’ospedale faentino, piantonato dai carabinieri, che circa una settimana dopo lo consegnarono a quelli di Imola, i quali si incaricarono di internarlo, con le ferite ancora non del tutto rimarginate, nel carcere di Bologna, in cui risulta in entrata -con matricola 8558- il 24 dicembre, dove venne poi raggiunto anche da Donatini. Tuttavia queste fonti non chiariscono le incongruenze di date  tra quanto risulta dalle matricole del carcere di San Giovanni in Monte, dove furono rinchiusi, e le testimonianze raccolte successivamente e contenute negli atti processuali.

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(1) Vedi l’articolo del “Carlino”:”Altre vittime dell’odio di parte” pubblicato l’8 agosto 1944, che forniamo alla fine del § 1.11., con cui si dava la notizia dell’uccisione del Prof. Aldo Avoni.

(2) Si tratta del testo di Trerè Luciano “16 aprile 1945 Una battaglia per Medicina”, edizioni Walberti 1998, alle pagg. 67-80 e 365-366, di cui rendiamo conto più avanti, nel §.1.3.

(3) Le testimonianze divergono : secondo Gino Monti, comandante partigiano de “La Scansi”, sarebbe stato Dino Ciani ad essere ferito, oltre a Emiliani (vedi vol. III de La Resistenza a Bologna Testimonianze e documenti, pag. 553); in base invece alla testimonianza della allora fidanzata di Emiliani, la staffetta Annunziata Verità, in La Resistenza a Bologna Testimonianze e documenti, vol V, pp. 856, l’altro ferito sarebbe stato proprio Amerigo Donatini.

 

 

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