La versione dei fatti di Luciano Trerè.

Una parola pressochè definitiva per restituire un quadro il più possibile attendibile su quanto successe a Medicina la notte tra il 3 e il 4 novembre 1943, è rappresentata dall’accuratissima ricostruzione di Luciano Trerè, nel suo “16 aprile 1945 una battaglia per Medicina”- che abbiamo già citato.

Secondo Trerè furono cinque i giovani che si presentarono a sera inoltrata alla villa padronale del Professor Aldo Avoni, situata sulla via San Vitale, che ancor oggi collega Medicina a Bologna : erano Marx Emiliani, Amerigo Donatini, Dino Ciani, Matteo Molignoni e  Silvio Corbari, tutti faentini. Come già sappiamo i primi quattro appartenevano già da qualche tempo alla banda di Gino Monti, che operava nella loro zona d’origine ed al gruppo si era unito da poco Silvio Corbari, in precedenza attivo nella banda del Samoggia, che – insofferente alla disciplina, ad attendismi tattici e prudenze politiche – in questa nuova formazione  aveva trovato più consonanza d’intenti, per la libertà di iniziativa e le modalità di lotta.

Ospitati la notte prima del 4 novembre 1943 da una famiglia amica, al risveglio i cinque giovani non avevano più ritrovato il camion di cui si servivano per gli spostamenti, e che per ragioni di sicurezza avevano parcheggiato ad una certa distanza dalla casa. Decisero perciò di ‘requisire’ l’auto di un benestante locale e con quella si misero in movimento.

In realtà Trerè, che fino a questo punto del racconto ci presenta Corbari come un ultimo arrivato in questa squadra di ribelli ( è con questo termine che volutamente sceglie di definirli, anzichè partigiani, per sottolineare come, in questa prima fase ‘magmatica’ di formazione dei gruppi della Resistenza, le loro scelte di lotta fossero ancora fuori però da quel coordinamento e quella disciplina, anche etica, che poi il CUMER, a partire dalla sua successiva costituzione, si impegnò ad affermare e perfino ad imporre in alcuni casi ), da questo momento, soprattutto in relazione alle tre successive “requisizioni” di automezzi, effettuate  nel corso del pomeriggio dai cinque faentini, attribuisce tutte le decisioni a Corbari, che in effetti per la disinvoltura più volte dimostrata anche in seguito nei confronti della proprietà privata altrui, soprattutto dei ricchi possidenti, può essere considerato un antesignano dell’”esproprio proletario” di più recente memoria.

Intorno alle 16 sottrassero un camioncino Fiat Topolino– targato BO 25848- al bolognese Fausto Malpezzi, sfollato nella zona di Faenza, poi, alle 17,30 circa bloccarono sulla strada provinciale per Bagnacavallo l’auto del geom. Torquato Marabini di Lugo, targata RA 5883, e sequestrarono anche quella. Quindi, con questi due ultimi veicoli, ormai sul far della sera, partirono da Faenza diretti a Conselice, col proposito di assalire e disarmare la caserma dei Carabinieri del posto. Lì però non riuscirono a farsi aprire dal piantone, che aveva ricevuto precise consegne di non far entrare nessuno in assenza del responsabile, che quella sera si era recato ad assistere allo spettacolo nel locale cinematografo.

Anche qui la narrazione dei fatti procede secondo luoghi comuni che divennero ricorrenti a proposito delle imprese di Corbari : i cinque giovani raggiunsero il cinema, ma fu Corbari a interrompere la proiezione, a imporre il silenzio  e a stanare il vicebrigadiere, che chiamato ad alta voce dal faentino, aveva cercato di defilarsi nascondendosi tra le poltrone. Con lui la banda fece ritorno alla caserma, ma qui ancora una volta, approfittando di un eccesso di sicurezza del quintetto, in un loro attimo di distrazione, i carabinieri riuscirono a rinchiuderli fuori, riversando su di loro una nutrita scarica di colpi d’arma da fuoco.

Costretti ad allontanarsi, i cinque giovani rimontarono sugli automezzi e presero la strada per Lavezzola, quindi si diressero verso Argenta, ma giunti nelle vicinanze di San Biagio, al ponte della Bastia, scorsero di lontano un posto di blocco tedesco; per evitarlo, deviarono sopra il ponte sul Reno, imboccarono la strada per Campotto e da qui –stando alla testimonianza di Dino Ciani, raccolta da Trerè- giunsero a Medicina.

Fu a questo punto che i cinque decisero di puntare sulla villa del Prof. Avoni, che raggiunsero dunque a serata inoltrata. Si fecero aprire, ma solo dopo aver tagliato i fili del telefono come poi si scoprì –secondo quanto afferma Trerè – dichiarando di essere fascisti della prima ora e chiedendo ospitalità. Entrarono senza lasciare nessuno fuori di guardia e vennero effettivamente accolti e messi a tavola.

E’ solo da questo momento in poi che il professor Avoni cominciò a notare qualcosa di stonato nell’abbigliamento e nel comportamento del gruppetto, che pure aveva appoggiato le armi ad una parete e mostrava un atteggiamento rilassato ed amichevole. I sospetti indussero il professor Avoni alla decisione di far avvertire le forze dell’ordine, dando l’incarico ad una domestica, conosciuta nel paese di Medicina come la Melia Gaiani, la giovane sorella della perpetua del prete di San Donino di Villafontana. Siccome era giovedì sera, il giorno in cui a quel tempo i morosi andavano a trovare in casa le innamorate, la Melia attese alla finestra di scorgere il fidanzato, a sua volta ex-carabiniere residente al Fossatone di Medicina, e dopo averlo rapidamente informato, lo spedì subito ad avvisare gli uomini in caserma con la bicicletta con la quale era arrivato. Quella sera in caserma mancava -come già sappiamo- il comandante, sostituito dal Maresciallo Maggiore Roggero, che decise di intervenire, ma scelse di chiamare una macchina pubblica di piazza (oggi diremmo un taxi), per farsi portare a Villa Avoni in fretta, giudicando inadeguati alle necessità del momento i mezzi a sua disposizione. Si fece accompagnare da altri due carabinieri, il vicebrigadiere Sebastiano Sanna e il carabiniere Panzato (qui il cognome dell’altro carabiniere è leggermente diverso dal testo di Roberto Roggero, vedi §.1.2.) dunque, e come sappiamo dovette accettare di farsi seguire dalla guardia comunale Armando Bosi. A bordo dell’Ardea di Umberto Sasdelli, una berlina della Lancia dalle brillanti prestazioni, giunsero alla villa e si fecero aprire, lasciando fuori un solo uomo di guardia, Panzato, che si appostò a lato della porta d’entrata, per non farsi scorgere dall’interno.

La chiesa di San Donino, Villafontana di Medicina.
La chiesa di San Donino, Villafontana di Medicina.

 

Qui recitarono un copione concordato in linea di massima durante il tragitto : finsero di credere alla parola dei cinque giovani, si mostrarono amichevoli e cortesi, ma fermi su un punto, l’impossibilità di consentire loro di passare la notte alla villa, come avevano richiesto. Venne loro proposta invece una sistemazione in caserma, dove avrebbero potuto utilizzare il materiale da campo lasciato da un reparto dei Cavalleggeri di Novara, di passaggio a Medicina l’8 settembre. Tutto sembrò procedere senza incidenti, fino a quando –pare-  si verificò una mossa sbagliata del vicebrigadiere Sanna, che per aiutare il loro trasferimento dalla villa e lo sgombero delle loro cose, afferrò sbrigativamente le loro armi appoggiate alla parete. La fretta o un allentamento delle misure prudenziali adottate fino a quel momento scatenò lo scontro armato, che in pochi attimi si risolse a favore dei cinque giovani della banda. Vennero uccisi nell’ordine : il vicebrigadiere Sanna, colpito da circa 25 colpi, Roggero, centrato da un colpo al corpo e da un proiettile alla fronte, forse un colpo di grazia, infine fu ferito mortalmente il giovane nipote di Aldo Avoni, Dante Donati, che si era affacciato ad una balaustra sulla sala della villa, per capire cosa stesse succedendo. Con lui rimasero feriti due ribelli, secondo Trerè Emiliani e Ciani, seguendo la testimonianza a lui resa da Dino Ciani stesso (quindi non Donatini, come ha testimoniato invece Annunziata Verità). Nel frattempo il carabiniere Panzato potè rapidamente costatare che i colleghi erano caduti e che per loro non c’era ormai più nulla da fare, per cui inseguì l’Ardea di Sasdelli, l’autista di piazza detto Bafi di simpatie fasciste, che si stava allontanando precipitosamente, con l’intenzione –come dichiarò-di correre in caserma ad avvisare dell’accaduto. La villa fu abbandonata anche dal gruppo dei faentini, feriti compresi, i quali vennero trascinati via dai compagni e portati all’auto per la fuga, senza darsi pensiero per altro. Sulla stessa strada dunque si gettarono a tutta velocità l’Ardea di Sasdelli e dietro l’ Aprilia di Corbari e compagni, i primi correndo anche per non essere raggiunti, ignari delle reali intenzioni dei cinque, gli altri, a loro volta correndo per andare a prestare soccorso ai loro feriti, dei quali uno, Marx Emiliani, piuttosto grave.

Nell’ordine, da sinistra a destra, i due modelli d’auto della Lancia, l’ Aprilia e l’ Ardea, citati nel testo. Inizio anni ’40. Wikipedia.
Nell’ordine, da sinistra a destra, i due modelli d’auto della Lancia, l’ Aprilia e l’ Ardea, citati nel testo. Inizio anni ’40. Wikipedia.

 

Alla fine furono i cinque faentini a sorpassare l’Ardea e a lasciarsi alle spalle, incolumi, i due terrorizzati Panzato e Sasdelli, che raggiusero poi la caserma per dare l’allarme. Lì, la scena descritta da Trerè ci restituisce un quadro in cui la concitazione, il vuoto d’autorità, l’irresolutezza, la paura fecero da padroni. Ci fu un tentativo di telefonare alla Villa, ma non riuscì e anche ciò consentirà poi di stabilire che i fili del telefono erano stati strappati dai ribelli “prima di entrare in casa, complice il buio”… “isolando così la casa”. Il brigadiere Casacci, pur convinto di esporsi ad un grave pericolo, decise di raggiungere il luogo dello scontro, accompagnato di nuovo da Panzato. Riportati alla Villa ancora da Sasdelli, che dopo averli scaricati, rientrò rapidamente a Medicina “per cercare rinforzi”, i due carabinieri nel cortile della casa padronale avvistarono il camioncino Fiat Topolino abbandonato, entrarono con circospezione, col sospetto che qualcuno potesse essere ancora nei paraggi, ma non poterono che costatare che non c’era più nulla da fare per i coinvolti nella sparatoria. Trerè non ci chiarisce dove fosse riparata la famiglia Avoni, se non con un accenno che però si riferisce al momento della sparatoria, quando dei coniugi Avoni ci dice che rispetto al luogo in cui avvenne lo scontro a fuoco, essi si trovavano “in un altro locale”, dove Corbari e gli altri peraltro, prima di fuggire, non si preoccuparono nemmeno di cercarli.

Villa Avoni oggi.
Quella che fu Villa Avoni, oggi. La descrizione fattane da Trerè permette di identificarla ancor oggi : “Percorrendo la strada statale che da Medicina porta a Bologna, a poche decine di metri dall’argine destro del torrente Gaiana, a fianco della via, si incontra quella che era una volta Villa Avoni, all’allora n.92 di Via San Vitale. Oggi la villa è seminascosta da una lunga rampa che rende più dolce il passaggio stradale sul torrente, ma che deturpa irrimediabilmente la vista della costruzione. Anni fa la strada passava il torrente con una ripida salita e la villa aveva un accesso diretto sulla via.”

Villa Avoni oggi, vista dalla san Vitale.La facciata di quella che è stata villa Avoni oggi,

 

 

 

 

 

Dopo aver ispezionato le pertinenze attigue alla Villa, senza aver trovato nulla, i due carabinieri montarono la guardia ai cadaveri per tutta la notte. Solo al mattino successivo arrivarono i rinforzi da Medicina con il camion della caserma, il 216. Le salme furono caricate, portate all’Ospedale di Medicina e sottoposte ad autopsia da parte del Professor Benassi, chiamato appositamente da Bologna. Fu poi allestita la Camera ardente alla Casa del Fascio ed i funerali si svolsero il 6 novembre alle ore 15.00 ( sappiamo invece dal necrologio di Dante Donati che per il giovane commerciante ventottenne i funerali si tennero il 7 novembre 1943).

A seguito dei fatti di Medicina, ci fu una reazione fascista, che si tradusse in una retata compiuta dai militi di Imola, diretta contro gli oppositori, che però furono avvisati per tempo, riuscendo per lo più a dileguarsi in anticipo, ma come sempre, quando non vennero trovati i segnalati, fu con i famigliari che le autorità repubblichine se la presero. Anche i fascisti comunque, soprattutto dopo la cattura di Emiliani e Donatini, si resero conto che i Medicinesi non c’entravano con i fatti di Villa Avoni del novembre ’43 e alla fine coloro che erano stati  fermati e tradotti alla Rocca di Imola, furono rilasciati. Questo, secondo Trerè.

Dei cinque faentini, egli ci riepiloga la fuga, il rientro a Faenza, dove il gruppo si divise. Ciani, ferito dunque, volle essere portato a Marradi, in casa dai parenti, Marx Emiliani nella clinica Stacchini, dalla quale volle poi essere dimesso per rientrare a casa sua, in via Bondiolo, dove fu rintracciato. La sua individuazione, secondo Trerè, sarebbe stata determinata dall’imprudenza con cui Corbari durante la cena a Villa Avoni, si fece scappare l’informazione preziosa che provenivano da Faenza. Messi sotto controllo e piantonati gli ospedali, notato il trasferimento sospetto del ferito, i militi ne avevano sorvegliato l’abitazione per individuare altri complici, poi, trascorsi inutilmente alcuni giorni, lo avevano arrestato e trasferito alle carceri di Bologna, riunendolo in seguito a Donatini, che dopo aver accompagnato Ciani a Marradi, lì era incappato in un posto di blocco, era stato riconosciuto, arrestato e trasferito anch’egli a Bologna. Il Comando Legione dei Carabinieri di Bologna trasmise gli atti al Tribunale straordinario della città, e una relazione conoscitiva al Comando Militare Germanico della Piazza di Bologna e Modena, la nota n. 250/20 del 15-11-’43, avente per oggetto “Indagini per la identificazione degli autori dell’eccidio di Medicina”. A far parte del plotone che eseguì la loro condanna a morte furono chiamati i carabinieri di Medicina.

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